Altre immagini scioccanti sulla sovrapproduzione e consumo eccessivo di abbigliamento arrivano dalla discarica di Dandora, la più grande del Kenya e forse dell’intera Africa. In Kenya ogni anno arrivano 900 milioni di capi di abbigliamento usato da ogni parte del mondo.

A documentare questa situazione, a dir poco allucinante, una immensa gigantesca vergogna, è un’inchiesta di Changing Markets Foundation condotta da Clean Up Kenya e Wildlight. Il titolo è Trashion: The stealth export of waste plastic clothes to Kenya  con interviste sul campo e analisi dei registri doganali. Si tratta di una esportazione fuori controllo e definita “furtiva” per un semplice motivo. La Convenzione di Basilea del 2019 vieta l’esportazione della plastica, ma non di indumenti fatti con fibre sintetiche che, di fatto, sono plastica.

Dietro a questo scempio c’è essenzialmente un’industria della moda vorace. Che guarda al profitto e basta. Che, con operazioni di marketing assillanti, e influencer varie, propone micro collezioni continue, una produzione incessante di abbigliamento fatto per durare poco, di bassa qualità, a prezzi invitanti per invogliare agli acquisti ed essere sempre alla “moda”.

Il video – inchiesta Trashion

Ma a quale prezzo? Il costo è altissimo, è incalcolabile. Fiumi e terreni devastati, aria inquinata, povertà, condizioni di vita disumane. E dove? Lontano dagli occhi, il più lontano possibile, in Ghana o in Kenya, persino nel deserto del Cile nella ormai famosa discarica di Atacama.

È la fast fashion bellezza!!! E questo è il costo.

È il costo ambientale e quello della salute delle persone, quello di milioni di persone sfruttate che lavorano in questa moda sporca e fossile. E sono soprattutto le donne le vittime di questa moda usa e getta.

Credit photo: @cmf/CukMERCATO DI kAWANGARE A nAIROBI: UN COMMERCIANTE APRE UNA BALLA DI ABITI USATI IMPORTATI. sOLO IN QUESTO MOMENTO PUO’ SCOPRIRE COSA HA COMPRATO. Se è stato un buono o cattivo affare.

Un flusso crescente di abbigliamento usato spazzatura

Ma quanto abbigliamento usato arriva in Kenya ogni anno? Come ho accennato all’inizio, nel 2021 in Kenya sono arrivati 900 milioni di indumenti usati da tutto il mondo. Di questi, quasi 150 milioni provenivano dall’Unione europea e dal Regno Unito. Un quantitativo gigantesco che il Kenya non può gestire, soprattutto perché un capo di abbigliamento su tre contiene plastica, è di qualità così bassa da essere immediatamente scaricato nell’ambiente o bruciato.

Credit photo: @cmf/Cuk- Etichette di indumenti usati che vengono bruciate. I vestiti spazzatura sono utilizzati persino per cucinare.

Questo flusso tossico, continuo e crescente, sta creando conseguenze devastanti per l’ambiente e le comunità locali. Attualmente, oltre i due terzi (69%) dei tessuti sono realizzati in fibre di plastica, come nylon, poliestere e acrilico. Essendo di plastica, derivati dai combustibili fossili, petrolio e gas, non sono biodegradabili e rimangono nell’ambiente per secoli.

La quantità di vestiti usati spazzatura che arriva in Kenya da più parti del mondo è aumentata notevolmente. Un fiume che ammonta a 17 capi di abbigliamento all’anno per ogni keniota, di cui fino a 8 sono inutili.

I commercianti kenioti riferiscono di abiti sporchi di vomito, macchie pesanti e peli di animali. Un’uniforme di McDonald’s è stata trovata ancora con il cartellino attaccato.

Credit photo: @cmf/CukMaglietta McDonald’s ancora con il cartellino attaccato.

Dall’Italia 1 milione di abiti usati invendibili

In questo immenso e insostenibile commercio di indumenti usati c’è anche abbigliamento usato che proviene dall’Italia. Il nostro Paese invia in Kenya 3.679.390 capi di abbigliamento ogni anno. Di questi circa 1 milione è spazzatura. Impossibile la rivendita per i commercianti locali.

Credit photo: @cmf/CukUsato spazzatura: varie etichette: Vero moda, Zara, divideD (h&m), cALVIN kLEIN jEANS.

L’Italia con una quota del 2,53% risulta essere il quinto Paese esportatore europeo. Il primo è la Germania (41,27%), Polonia (24,68%), Regno Unito (23,05%), Ungheria (3,28%).

La discarica di Dandora, alla periferia di Nairobi, ogni giorno riceve 4 mila capi di abbigliamento spazzatura. La discarica doveva essere chiusa nel 2001, ma per mancanza di finanziamenti non è ancora stata smantellata e i rifiuti continuano ad accumularsi.

Credit photo: @cmf/CukDiscarica di dandora in piena attivita’, doveva chiudere nel 2001. È LA PIù GRANDE DEL kENYA E FORSE DI TUTTA L’aFRICA.

Un sistema di smistamento e commercio poco trasparente

La maggior parte dell’abbigliamento usato importato, rivela Trashion, sono donazioni e il commercio è diventato un importante flusso di entrate per alcuni enti di beneficenza. Ma, evidentemente, questi enti non hanno il controllo totale sul destino degli abiti che gli vengono donati a sostegno delle loro cause.

Credit photo: @cmf/Cuk: MERCATO DI gIKOMBA, UN UOMO CON UNA BALLA DI VESTITI USATI importati.

Infatti, molti capi di abbigliamento usati esportati dall’Europa passano attraverso una rete di Paesi europei ed extraeuropei che mescolano e smistano gli indumenti, rendendone impossibile la tracciabilità.

Molte aziende che si occupano del riciclo e del commercio di abbigliamento usato fanno parte di iniziative di circolarità e sostenibilità come quella di Fashion For Good o Textiles 2030. Ma da quanto documentato da Trashion nei fatti c’è ben poco di circolare e di sostenibile nelle loro operazioni.

Credit photo: @cmf/Cuk: COMMERCIANTI AL MERCATO DI gIKOMBA.

In attesa della norma Ue “chi inquina paga”

Secondo Trashion, i marchi dovrebbero essere obbligati a pagare per i loro rifiuti e l’abbigliamento deve essere reso sostenibile a partire dalla progettazione. 

In quest’ottica la Commissione europea sta considerando un sistema di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per promuovere la sostenibilità dei tessili e il trattamento dei rifiuti. È urgente che l’Ue applichi il principio “chi inquina paga” e renda i produttori responsabili della gestione e costo del trattamento a fine vita dei prodotti che immettono sul mercato. 

Credit photo: @cmf/Cuk- qUEL CHE RESTA DI UNA SCARPA NIKE NELLA DISCARICA DI DANDORA, nAIROBI.

 “Se non si cambia radicalmente l’industria della moda – afferma George Harding-Rolls, responsabile della campagna della Changing Markets Foundation –  quello che abbiamo visto in Kenya e in tutto il mondo sarà solo l’inizio. La soluzione non è chiudere il commercio di abiti usati, ma riformarlo. Non possiamo risolvere il problema con il riciclo”.

“Al contrario – prosegue – questa industria edonistica ha bisogno di limiti e regole. Per questo motivo, accogliamo con favore la visione proposta dall’Ue. Questa dovrebbe essere completa e includere obiettivi rigorosi di riutilizzo e di riciclo, nonché tasse sulla plastica per spostare la moda verso tessuti sostenibili e di alta qualità. Inoltre, non si può permettere alle aziende di riciclaggio di nascondersi dietro le loro vuote promesse e si deve vietare loro di esportare abbigliamento spazzatura”.

Non fa una piega, ma noi cosa possiamo fare? Innanzitutto, ridurre da subito i consumi di abbigliamento e scarpe. Amare quello che è già nell’armadio e farlo durare il più possibile. La sovrapproduzione e l’iperconsumo sono la faccia della stessa medaglia. Consumando meno le aziende sono costrette a ridurre la produzione. Meno produzione, meno consumo, meno rifiuti.

Credit photo: @Cmf/Cuk

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