Le multinazionali della moda mandano tanti messaggi a sostegno dell’empowerment femminile, in particolare quando si avvicina l’8 marzo, la Giornata internazionale della donna. Apparentemente la moda è con le donne. Eppure è proprio l’industria della moda che rimane ancora oggi una grande sfruttatrice del lavoro delle donne.

Facciamo un salto indietro. Andiamo al secolo scorso, al 23 novembre del 1909. Siamo a New York City e si celebra il più grande sciopero delle donne del settore tessile e abbigliamento mai visto. Ben 20.000 scendono in piazza per far valere i loro diritti.

Sono perlopiù immigrate, sono soprattutto ebree e lavorano, insieme a tante italiane, nelle fabbriche che confezionano camicie a New York (all’epoca principale centro di produzione di abbigliamento negli Usa). Sono adolescenti e poco più che ventenni e sono molto tenaci.

Dallo sciopero al devastante incendio di New York

Cosa chiedono? Un salario dignitoso, un lavoro sicuro, basta con le molestie sessuali, un orario di lavoro ragionevole e giorni di riposo pagati. Lo sciopero dura 11 settimane.

Alla fine qualcosa ottengono: negoziazione dei salari, cinquantadue ore settimanali, almeno quattro giorni di ferie pagate all’anno, libera associazione sindacale. Non tutte le aziende aderiscono alle richieste. Qualcuna ne rimane fuori, come la Triangle Shirtwaist Factory.

1909: Gruppo di operaie in sciopero a New York City.

Proprio in questa fabbrica il 25 marzo del 1911 accade l’incendio più devastante dell’industria dell’abbigliamento di New York. Nell’inferno di fuoco, senza vie di fuga e possibilità di salvezza, muoiono 146 operaie. La più giovane aveva 14 anni.

A seguito di questa tragedia, lo stato di New York dà vita alla prima legislazione a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori non solo dell’abbigliamento, ma anche di altri comparti industriali.

Il crollo del Rana Plaza e il Bangladesh Accord

Tutto questo ti ricorda qualcosa? Facciamo un salto in avanti. Siamo nel 2013 ed è il 24 aprile, in Bangladesh a Dacca. Quel giorno crolla il Rana Plaza, un edificio di 8 piani occupato da fabbriche di abbigliamento. Qui lavorano circa 5 mila persone per i più grandi marchi di moda globali.

L’edificio non è sicuro, ci sono crepe già visibili nei giorni precedenti. Ma non c’è modo di convincere i proprietari delle fabbriche che è pericoloso, tutti gli operai e le operaie entrano, rischiano la vita, pena il licenziamento.  

Alle 8:45 circa il crollo. Si contano 1.134 morti e 2.500 feriti. Le vittime sono soprattutto giovani donne. Si è trattato della più grande tragedia industriale del settore moda.

Da questa tragedia, l’ennesima e la più grande, finalmente nasce il Bangladesh Accord che rende direttamente responsabili i grandi brand della sicurezza e delle condizioni di lavoro delle operaie e operai dei loro fornitori.

Questo importante Accordo, divenuto internazionale, è stato esteso recentemente anche al Pakistan, ma non tutti i marchi hanno firmato, ad oggi sono 30. Si attende la firma di altri grandi marchi come Levi’s, IKEA, Amazon e Kontoor Brands.

2023: salari di povertà e turni massacranti

Sappiamo che l’occupazione nell’industria della moda è donna. E non è una buona notizia. Non lo è perché le donne nel tessile e abbigliamento sono pagate con salari miseri. Da tempo ormai le produzioni avvengono nei Paesi dove la manodopera costa meno e il lavoro delle donne è una manna per i grandi brand alla ricerca del massimo profitto.

L’80% della manodopera nel tessile e abbigliamento è donna e il 93%, come rileva la Campagna Abiti Puliti, non riceve un salario dignitoso. E questo avviene dall’Asia all’Africa, dall’America centrale all’Europa orientale. Parliamo di salari che sono 1/3, 1/4 o un 1/5 rispetto al salario dignitoso di base. 

“Le donne dominano l’occupazione del settore perché sono pagate abitualmente meno degli uomini e godono di minori opportunità di avanzamento a mansioni meglio retribuite”. Campagna Abiti Puliti.

Il settore tessile e dell’abbigliamento è uno degli esempi più eclatanti della disparità di genere e dello sfruttamento del lavoro delle donne.

Donne costrette a turni massacranti per stare dietro agli ordini oppure per aumentare un salario misero.

Fabbriche e brand guidati da uomini

Donne, anche minorenni, che lavorano in fabbriche di proprietà di uomini che a loro volta riforniscono brand e rivenditori internazionali guidati da uomini.

E questo la dice lunga sulle opportunità di carriera per le donne.

Infatti, da un’analisi di Mediobanca sulla varietà di genere nei board delle 70 multinazionali mondiali della moda emerge che la presenza femminile cala all’aumentare del livello di responsabilità in azienda: la quota di donne sul totale della forza lavoro è mediamente pari al 64,3%, ma scende al 43% nei ruoli direttivi e al 32,7% a livello di Cda.

I gruppi statunitensi hanno più consiglieri donna (37,9%) rispetto a quelli europei (32,5%). Ampiamente sopra la media europea si collocano i player francesi con una quota di donne presenti nei Cda pari al 41,7%. I gruppi italiani si fermano al 27,5%. Le meno rappresentate sono le donne giapponesi: solo una ogni dieci consiglieri.

Cambierebbe qualcosa per le donne sottopagate, molestate, assoggettate, senza scelta, se ai vertici delle fabbriche e delle multinazionali del fashion ci fossero più donne? Mi verrebbe da sperare di sì, ma, purtroppo, non c’è la prova contraria.

Quello che è certo, è che percepire un salario dignitoso è un diritto umano stabilito dalle Nazioni Unite e tutte le aziende, piccole o grandi, debbono farsene carico anche presso i propri fornitori.

Ci sono marchi di moda che hanno fatto passi in avanti, sono più trasparenti rispetto alla loro catena di fornitura: dove producono, l’indirizzo delle fabbriche, la composizione della forza lavoro, la presenza di un sindacato, ma la strada è ancora molto lunga.

Il 96% dei marchi di moda globali non dà informazioni sul salario dignitoso

Infatti, secondo il Fashion Transparency Index 2022 di Fashion Revolution, il 96% dei brand non dà informazioni sul pagamento di un salario dignitoso alle persone che lavorano per i loro fornitori lungo la filiera di produzione. Inoltre, solo il 13% rivela la presenza di un sindacato all’interno delle fabbriche.

Le donne sono più forti se hanno un salario dignitoso, necessario per provvedere a sé e alla propria famiglia. Necessario per curarsi, alimentarsi bene, mandare i propri figli a scuola, pagare un affitto e riuscire a risparmiare qualcosa. Con un salario dignitoso non sarebbero costrette a fare turni di lavoro massacranti.

Con un salario dignitoso non sarebbero ricattabili. E noi non possiamo essere complici dello sfruttamento di altre donne solo per indossare l’ultimo vestito, paio di scarpe o quello che è dell’ennesima collezione, il must have, l’assolutamente necessario, a ogni costo.

Quello che è assolutamente necessario è indossare qualcosa che non sia frutto dello sfruttamento di un’altra donna.

Sono passati 114 anni dalla “Rivolta delle 20.000” di New York, quanti anni ancora devono passare perché le donne non siano più sfruttate, perché ci sia davvero parità di genere, pari opportunità. Senza esclusione. Tutte.

Foto di Give a shit bali

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