Ci hai fatto caso? I principali marchi di moda internazionali propongono vestiti, scarpe o accessori accompagnati da etichette e termini come “eco” “green” ”cares”, consciuos, responsabile, consapevole, e altri simili, per richiamare alla circolarità e alla sostenibilità del prodotto. D’altra parte la competizione è alta e così si fa a gara a chi è più “sostenibile”. Termine spesso usato a sproposito e circoscritto all’aspetto ambientale e non anche a quello sociale.

Ad ogni modo, cosa c’è dietro a queste etichette e slogan? Sarà vero quello che affermano le multinazionali della moda? Greenpeace Germania ha indagato sulla questione.

A 10 anni dal crollo del Rana Plaza l’indagine di Greenpeace

Il greenwashing è una pratica commerciale scorretta diffusa in diversi settori per indurre ad acquistare un prodotto o servizio dichiarato ecologico quando non lo è. Il greenwashing nella moda è un problema dilagante, un grande inganno per le persone che vogliono acquistare prodotti migliori, duraturi e circolari, che possano quindi essere utilizzati a lungo, riparati, riutilizzati o riciclati in nuovo filato a fine vita.

Purtroppo, come ha scoperto Greenpeace nel report “Greenwash danger zone. 10 years after Rana Plaza fashion labels conceal a broken system”, solo due etichette, tra quelle analizzate, sono credibili.

L’indagine è stata diffusa nei giorni scorsi in occasione dei 10 anni dall’anniversario del crollo in Bangladesh del Rana Plaza (24 aprile 2013). L’edificio ospitava 5 fabbriche di abbigliamento che lavoravano per i principali marchi di moda globali. In questa tragedia, la più grande dell’industria della moda, persero la vita oltre 1000 persone, soprattutto giovani donne, e più di 2000 infortuni.

L’immane crollo ha messo a nudo il lato oscuro del settore moda in particolare del fast fashion. «Dieci anni dopo la tragedia di Rana Plaza, l’industria della moda continua a sfruttare i lavoratori e a generare enormi impatti ambientali», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

«Oggi proliferano sul mercato vestiti che le stesse aziende del fast fashion etichettano come eco, green, sostenibili, giusti, ma il più delle volte è solo greenwashing. Si pubblicizza una sostenibilità inesistente mentre in realtà sono in costante aumento gli abiti fatti di plastica usa e getta derivati dal petrolio, non riciclabili e per lo più prodotti in condizioni di lavoro inaccettabili».

Greenwashing: i marchi di moda indagati da Greenpeace

Nelle indagini di Greenpeace Germania sono state controllate le veridicità delle informazioni riportate nelle etichette dei capi d’abbigliamento. Sotto esame le iniziative di 29 aziende (H&M, Zara, Benetton, Mango etc.) che aderiscono alla campagna Detox – lanciata nel 2011 da Greenpeace per azzerare le emissioni di sostanze chimiche pericolose nelle filiere tessili. A questo gruppo Greenpeace ha aggiunto 2 marchi internazionali come Decathlon e Calzedonia/Intimissimi.

Come ti ho anticipato solo le etichette di 2 marchi hanno ottenuto buoni risultati.

Come puoi vedere dalla classifica, solo COOP “Naturaline” e Vaude “Green Shape” sono risultati “credibili”, mentre Tchibo Gut Gemacht “Well Made” risulta “abbastanza credibile”.

Riguardo alle aziende con il bollino rosso si tratta di «marchi che vendono i prodotti per quello che non sono, dimenticando di pubblicare informazioni che permettano di valutare l’effettivo impatto ambientale». Nell’analisi Greenpeace ha indagato anche sulla tracciabilità della filiera disponibile in etichetta o su l’e-shop del marchio e la corresponsione di un salario dignitoso. Si tratta di due aspetti dei quali, purtroppo, si hanno poche notizie.

Greenwashing nella moda: le 9 criticità principali

L’analisi di Greenpeace ha identificato alcuni tratti comuni in molte delle etichette esaminate:

  1. il rischio di confondere i consumatori con etichette presentate come certificate ma che in realtà derivano da programmi di sostenibilità aziendali;
  2. la mancanza della verifica di terze parti o della valutazione del rispetto dei migliori standard ambientali e sociali;
  3. l’assenza di meccanismi di tracciabilità delle filiere;
  4. l’assenza di riferimenti alla necessità di allontanarsi dall’attuale modello di business;
  5. la falsa narrazione sulla circolarità che si basa, ad esempio, sull’approvvigionamento di poliestere riciclato proveniente da altri settori industriali invece che da abiti usati;
  6. il ricorso massiccio a termini fuorvianti come “sostenibile” o “responsabile” associato ai “materiali” che, di fatto, registrano performance ambientali solo leggermente migliori rispetto alle fibre vergini o convenzionali;
  7. il continuo ricorso a mix di fibre come il “Polycotton o Policotone” –  tessuto misto poliestere/cotone – spesso presentato come più ecologico;
  8. la scelta di affidarsi all’indice Higg per valutare la sostenibilità dei materiali, uno strumento la cui parzialità è nota;
  9. il miglioramento di un singolo aspetto/parametro della produzione (ad esempio riduzione del consumo di acqua o il riutilizzo/riciclo dei rifiuti pre-consumo).

Il giudizio di Greenpeace su Benetton e Calzedonia

I marchi italiani presi in esame, non ottengono buoni risultati. Benetton, pur avendo aderito alla campagna Detox e ottenuto importanti progressi, con l’etichetta Benetton “Green B” deve fornire molte più informazioni per riuscire realmente a “produrre meno e meglio” come afferma. Inoltre, deve rivedere la propria definizione di “cotone sostenibile” visto che include anche il cotone BCI (Better Cotton Iniziative), il cui livello di sostenibilità è giudicato debole. Infatti, il programma BCI non esclude l’impiego di ogm e la lista di pesticidi proibiti è limitata.

Riguardo alle etichette Calzedonia “Eco Collection”, Intimissimi “cares” e Tezenis “Be the Change”, il risultato è che Calzedonia deve passare dalle parole ai fatti. Due le criticità principali: rendere veritiere le dichiarazioni sulla tracciabilità delle filiere e adottare un sistema per gestire le sostanze chimiche pericolose.

Come evitare di cadere nel greenwashing nella moda

Intanto, spero che questo articolo possa esserti d’aiuto. E se vuoi approfondire puoi leggere il report completo di Greenpeace.

Inoltre, la Commissione europea ha presentato a fine marzo una proposta di direttiva green claims per mettere mano al greenwashing e dare garanzie ai consumatori. In particolare, le dichiarazioni “verdi” dovranno essere verificate in modo indipendente e dimostrate con prove scientifiche. Naturalmente, riguarda anche il settore moda.

Leggi anche: Perché la direttiva Ue contro il greenwashing riguarda molto da vicino la moda

In più, ti segnalo due metodi molto semplici dalla consultazione immediata.

1) Il primo è la piattaforma greenwash.com di Changing Markets Foundation dove puoi consultare la veridicità delle dichiarazioni dei principali brand del settore moda oltre che di altre categorie.

2) Il secondo è la piattaforma e l’app di Good on You (ne avevo parlato in questo articolo) dove puoi verificare all’istante il punteggio di sostenibilità a 360° (ambientale e sociale), di centinaia di marchi di moda.

Infine: «ll fast fashion non può essere definito sostenibile. Le aziende hanno il dovere di allontanarsi da modelli di business basati su un’economia lineare e promuovere una vera economia circolare che riduca gli impatti sociali e ambientali. Allungare il ciclo di vita dei vestiti deve essere la priorità del settore, solo così eviteremo una moda basata sul greenwashing», conclude Ungherese.

Foto: Lucas Wahl/Greenpeace

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