Nel mondo 50 milioni di persone vivono in una condizione di schiavitù moderna. È strano parlarne oggigiorno, vero?  Eppure la schiavitù moderna c’è ed è persino in aumento, con una crescita di 10 milioni di persone rispetto al 2018.

Quali sono i settori più a rischio? Forse non ti stupirà sapere che l’industria della moda si piazza al secondo posto. Lo riporta il Global Slavery Index 2023, lo studio più completo e autorevole sulle forme di schiavitù moderna e realizzato da Walk Free, organizzazione internazionale per i diritti umani e l’eliminazione della schiavitù moderna in tutte le sue forme.

La schiavitù moderna pervade diversi settori ed è figlia della delocalizzazione. Cresce con l’aumentare della produzione e la domanda dei beni. Il suo impatto è globale, nessun Paese è escluso. In due casi su tre è presente nei paesi poveri e a basso reddito. Ma nemmeno i paesi ricchi ne sono immuni in quanto principali importatori di beni frutto di una condizione di sfruttamento e di schiavitù.

Infatti, attualmente i Paesi del G20 importano 468 miliardi di dollari di prodotti a rischio di lavoro forzato (114 miliardi di dollari in più rispetto al 2018). Nei primi tre settori in classifica c’è l’elettronica con 243 miliardi di dollari, segue l’abbigliamento con 147.9 miliardi e l’industria dell’olio di palma con 19.7 miliardi di dollari.

Global SLAVERY INDEX 2023: Classifica dei settori a maggior rischio di lavoro forzato in base al valore totale dei prodotti importati dai paesi del g20

L’Italia importa beni a rischio lavoro forzato per un valore di 10.9 miliardi di dollari tra caffé, elettronica, abbigliamento e tessuti.

Cos’è la schiavitù moderna?

La schiavitù moderna è un concetto ampio che include diverse condizioni: il lavoro forzato, la schiavitù per debiti, il matrimonio forzato, il traffico di esseri umani, lo sfruttamento sessuale, il lavoro minorile. In sostanza, si riferisce a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o lasciare a causa di minacce, violenze, coercizioni, raggiri o abusi di potere.

La schiavitù moderna è lo specchio del potere, tra chi ce l’ha e chi no. È la manifestazione più estrema della disuguaglianza.

Le donne, i bambini e i migranti sono le persone più colpite dalle forme di schiavitù moderna.

La schiavitù moderna nell’industria dell’abbigliamento

Nell’industria dell’abbigliamento la schiavitù moderna colpisce in particolare le donne che rappresentano l’80% della forza lavoro. Lo sfruttamento del lavoro è una questione di genere e nell’industria del fashion è una condizione assai evidente.  

Infatti, cade soprattutto sulle spalle delle donne il peso di una produzione forsennata e a basso costo per i brand dei paesi ricchi.

Senza contare che con la fast fashion la produzione di abbigliamento è raddoppiata negli ultimi 15 anni. Così, mentre nei paesi di produzione i lavoratori vengono sfruttati e trattati senza dignità, i brand committenti dei paesi ricchi si arricchiscono e i consumatori diventano sempre più schiavi della corsa all’ultimo stile.

Lo sfruttamento è nei salari miseri, spesso inferiore al salario minimo legale che i governi tengono basso per evitare la fuga dei brand. Si lavora anche senza contratto, si può essere pagati a pezzo, più produci e più guadagni. Così si finisce per lavorare anche 14/15 ore al giorno se non di più (vedi il caso Shein). Non ci sono riposi, gli straordinari non vengono pagati, non ci sono congedi di nessun tipo.

Sfruttamento e lavoro forzato in ogni anello della filiera

La schiavitù moderna si nasconde in ogni passaggio della filiera di produzione, dalla materia prima alla lavorazione, dalla manifattura fino alla consegna del prodotto finito. L’intera catena del valore è oscura e complicata.

Tutto questo rende difficile tracciare l’origine di un prodotto e ricostruirne il percorso. E se i marchi di moda globali hanno fatto passi in avanti nel tracciare la fabbrica che ha confezionato un dato prodotto, molto resta da fare negli altri livelli di produzione fino alla materia grezza.

“Lo sfruttamento del lavoro è pervasivo nell’industria dell’abbigliamento” è scritto nel report di Walk Free. I prodotti più a rischio provengono Argentina, India, Bangladesh, Vietnam, Cina, Malesia e Brasile.

Rischio lavoro forzato: la produzione di tessuti è al 5° posto

Nel settore tessile che, oltre ai tessuti per l’abbigliamento, include biancheria per la casa, tappeti, tende ed altri prodotti, il rischio del lavoro forzato è molto alto. Infatti, il tessile si classifica al quinto posto con un valore di prodotti importati di 12.7 miliardi di dollari.

La produzione di cotone, poliestere, seta, lana, fibre artificiali, come la viscosa, sono state collegate al lavoro forzato.

Un esempio viene dalla Cina dove le notizie sul lavoro forzato degli Hyghurs nelle fabbriche tessili ha fatto il giro del mondo, nonostante le smentite del governo cinese.

La produzione del cotone ha una lunga storia di schiavitù che ancora non è finita. Coinvolge uomini, donne e persino bambini. Il lavoro forzato è stato utilizzato nelle piantagioni di cotone nel Benin, Burkina Faso, Cina, Pakistan, Uzbekistan e in altri Paesi.

Nel sud dell’India le giovani donne vengono reclutate nelle fabbriche di filatura per guadagnare denaro da portare in dote. Il pagamento avviene a fine contratto, se cedono prima perdono tutto. Durante la durata del Sumangali (così si chiama il programma) subiscono restrizioni nei movimenti, sono sottoposte al lavoro forzato ed esposte ad abusi psicologici e sessuali.

Nel report, oltre ai dati, ci sono diverse testimonianze di sfruttamento, di violenze e di abusi.

Donne pagate meno degli uomini

Come dicevo, lo sfruttamento del lavoro è una questione di genere. Le donne vengono pagate meno degli uomini. Il lavoro delle donne, infatti, viene considerato come complemento al salario dell’uomo. Insomma, un sostegno in più al reddito familiare. Quindi, tanto vale pagare le donne il meno possibile.

Ad esempio, in Cambogia l’88% della forza lavoro nell’industria dell’abbigliamento è donna, ma il salario è il 13% in meno rispetto a quello dell’uomo per la stessa mansione. Situazione simile in Croazia, un paese a noi più vicino.

In Etiopia, dove l’industria dell’abbigliamento è in crescita, non esiste il salario minimo, per cui si viene pagati 12 centesimi all’ora. Il risultato è che oggi l’Etiopia ha il salario più basso rispetto a tutti i paesi esportatori di abbigliamento.

Come accennato in precedenza, i lavoratori migranti sono le persone tra le più vulnerabili al lavoro forzato: percepiscono salari da fame e persino il sequestro dei documenti. Una condizione che è stata documentata in diversi paesi come in Turchia, in particolare riguardo ai siriani, in Bangladesh, Malesia e Cina.

Nemmeno i brand del lusso garantiscono una produzione etica

Tra le raccomandazioni che lancia ai governi Walk Free c’è quella di equiparare il salario minino al salario dignitoso. Oggi la situazione è la seguente: nell’industria del tessile e abbigliamento il salario percepito in media è circa il 40% in meno rispetto al salario necessario per soddisfare i bisogni di base.

Eppure, è stato calcolato che per garantire un salario vivibile, basterebbe aumentare dell’1% il prezzo sul capo di abbigliamento. Cosa che qualsiasi consumatore sarebbe disposto a pagare. E se questo 1% lo pagassero i brand non andrebbero di certo falliti.

Inoltre, nemmeno i brand del lusso garantiscono una produzione etica. Infatti, è stato riscontrato che i lavoratori delle fabbriche associate ai marchi del lusso percepiscono in media il 53% in meno rispetto al salario vivibile. Per i brand che non rientrano nel lusso il divario è del 38%.

Il compito dei governi e dell’Ue

Il 2030 è la data limite fissata dalle Nazioni Unite per porre fine a tutte le forme di schiavitù moderna. Cosa stanno facendo i governi e cosa sta facendo l’Unione europea?

In Europa ci sono Paesi che si sono mossi con legislazioni proprie. È il caso del Regno Unito, Francia e Germania. A livello di Unione europea, dopo il voto favorevole del Parlamento, prosegue la definizione della direttiva Corporate Sustainability Due Diligence sulla responsabilità delle imprese rispetto agli impatti ambientali, sociali e di violazione dei diritti umani lungo l’intera catena di produzione.

Fuori dai confini europei, in Australia, sulla scia del Regno Unito, è il vigore la legislazione Modern Slavery Acts, nello stato di New York è stata presentata una legge sulla due dilligence specifica per il settore del fashion e al Senato degli Usa una legge che obbliga le grandi imprese a verificare il lavoro forzato nella loro catena di produzione.

Articolo aggiornato il 20 settembre 2023

Foto: Edgars Kisuro/pexels.com

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