Ci sono ancora troppe cose che i principali marchi di moda globali non ci dicono. Troppe informazioni che non condividono o pubblicano. Eppure, l’abbigliamento è la nostra seconda pelle, possiamo ancora comprare a occhi chiusi? Senza avere informazioni basilari?

Ad esempio, chi cuce i nostri vestiti e realizza le nostre scarpe riceve un salario dignitoso? Oppure, visto che siamo in piena crisi climatica, cosa stanno facendo le multinazionali della moda per ridurre le emissioni serra lungo tutta la catena di produzione? Sono domande lecite.

Queste e altre sono state fatte a 250 brand di moda globali da Fashion Revolution, movimento che si batte per un’industria della moda pulita, sicura, equa, trasparente e responsabile verso le persone e il Pianeta.

Fashion Transparency Index 2023: pochi progressi

Così, anche quest’anno è uscito il Fashion Transparency Index 2023, uno strumento nato per spingere i principali marchi di moda a essere più trasparenti riguardo alle loro operazioni e alla filiera produttiva.

Il risultato medio generale dell’Indice di Trasparenza 2023 di Fashion Revolution non è per niente buono. Infatti, il livello di trasparenza dei marchi è cresciuto solo di un misero 2% rispetto all’anno scorso, passando cioè dal 24 al 26%.

Insomma, c’è ancora molto da fare. Questo risultato, come evidenzia il rapporto, dimostra che le azioni volontarie dei brand non portano lontano e che sono necessarie legislazioni specifiche.

La trasparenza è essenziale per consentire alla società civile, agli esperti del settore e ai cittadini di richiedere una maggiore responsabilità sul piano sociale e ambientale nell’industria della moda.

Quello che i brand non ci dicono

O perché non vogliono o perché proprio non lo sanno nemmeno loro, ci sono informazioni essenziali che i brand non divulgano o lo fanno solo parzialmente. Eccone un assaggio.

Salario dignitoso: questo sconosciuto

Il 99% dei principali marchi di moda non dice quante persone nella loro catena di produzione ricevono un salario dignitoso. Da quasi un anno è in corso la campagna Good Clothes, Fair Pay per chiedere all’Unione europea una legislazione che renda i brand di moda responsabile di un salario di sussistenza per tutte le persone che lavorano nell’intera catena di produzione.

Per questo è in atto una Iniziativa dei Cittadini Europei, uno strumento importante che ci consente di avanzare proposte di legge. Affinché questa iniziativa vada in porto servono 1 milione di firme entro il 19 luglio. Se ancora non lo hai fatto, firma collegandoti al sito goodclothesfairpay.eu, bastano solo pochi secondi del tuo tempo.

Moda e crisi climatica

Per affrontare la crisi climatica è necessario spingere verso le fonti rinnovabili e lasciare quelle fossili. Cosa stanno facendo i brand per favorire questa transizione? Intanto, sanno come sono alimentate le fabbriche dei loro fornitori?

Ebbene, solo il 6% dei marchi ha rivelato che la loro catena di approvvigionamento è alimentata a carbone e le regioni geografiche di produzione vanno a combustibili fossili.

Sapere quanto i marchi dipendano dai combustibili fossili (petrolio, carbone e gas) è essenziale affinché si attivino per supportare i loro fornitori e incoraggino i governi, verso un modello di produzione basato sulle fonti rinnovabili, come sole, vento, biomasse.

Sovrapproduzione: il grande elefante nella stanza

Ben l’88% dei marchi esaminati non rivela i propri volumi di produzione annuali né si impegna a ridurre il numero di nuovi articoli prodotti. Eppure, gli impatti della sovrapproduzione sono evidenti: dal rilascio di microplastiche nei mari alle discariche di vestiti nel deserto di Atacama in Cile, in Ghana, in Kenya e in altre parte del mondo.

Se i marchi non dicono quanto producono, non si può conoscere quant’è l’invenduto e che fine fa.

Consumo di acqua e inquinamento idrico

I brand si preoccupano dell’impatto delle loro produzioni sul consumo di acqua? Magari in regioni dove è già scarsa? E che dire dell’inquinamento idrico causato dall’utilizzo di sostanze chimiche? Solo il 23% dei principali marchi e rivenditori rivela una metodologia per identificare questi rischi e ancora meno (il 7%) divulga i risultati dei test sulle acque reflue. 

I marchi devono tracciare l’intera catena di fornitura. Solo così è possibile affrontare gli impatti sociali e ambientali di lunga durata del consumo e dell’inquinamento idrico sui lavoratori, sulle comunità locali e sugli ambienti naturali circostanti.

L’impegno contro la deforestazione

Molti materiali utilizzati per realizzare i nostri vestiti, come il cotone, la viscosa e la pelle, sono associati alla deforestazione. Ad esempio, il Brasile, secondo esportatore mondiale di cotone, sta raggiungendo livelli record di deforestazione. Inoltre, centinaia di marchi di moda hanno legami di filiera con gli esportatori di pelle brasiliani.

Solo il 12% dei marchi ha pubblicato quest’anno un impegno misurabile e limitato nel tempo per eliminare la deforestazione. Questo è il 3% in meno rispetto allo scorso anno. Inoltre, solo il 7% pubblica progressi misurabili verso il raggiungimento della deforestazione zero.

La classifica del Fashion Transparency Index 2023

Dopo 7 pubblicazioni del Fashion Transparency Index, per la prima volta due marchi hanno ottenuto un punteggio pari o superiore all’80%. 

In testa alla classifica si conferma OVS che ha ottenuto 83 punti su 100, seguito da Gucci con l’80% (è la prima volta che un marchio del lusso raggiunge un risultato simile) e poi da Kmart Australia e Target Australia con il 76%. 

OVS ha aumentato il suo punteggio di 5 punti percentuali rispetto allo scorso anno, Gucci di ben 21 punti. 

«Siamo lieti che una minoranza di marchi stia finalmente ottenendo un punteggio dell'80% o superiore, ma anche la trasparenza del 100% è solo il punto di partenza e sembra che molti dei principali marchi della moda debbano presentarsi ancora ai nastri di partenza. Il tempo sta per scadere, eppure la maggior parte dell'industria della moda continua a puntare i piedi e rifiutarsi di cambiare», commenta Liv Simpliciano, Policy and Research Manager di Fashion Revolution.
 

I Marchi con il punteggio più basso 2023

Ci sono 18 grandi marchi che hanno ottenuto una valutazione dello 0%, rispetto ai 15 dell’anno scorso, tra cui: ANTA, Belle, Big Bazaar, Bosideng, Fashion Nova, K-Way, KOOVs, Max Mara, Metersbonwe, Mexx, New Yorker, Heilan Home, Savage x Fenty, Semir, Splash, Tom Ford, Van Heusen e Youngor. 

Fashion transparency index 2023: i brand che hanno avuto risultati migliori e quelli con il punteggio 0%.

Complessivamente, 71 marchi su 250 (28%) ottengono un punteggio compreso tra 0 e 10%. Si tratta di un leggero miglioramento rispetto al 31% dello scorso anno.

Qualche nota positiva sulla tracciabilità di filiera

Nell’Indice di quest’anno poco più della metà (52%) dei brand esaminati sta divulgando gli elenchi dei fornitori di primo livello, cioè delle fabbriche che si occupano del taglio e del cucito. Un buon progresso rispetto al 32% della prima edizione dell’Indice di sette anni fa.

Riguardo agli altri due livelli di fornitura, la tracciabilità della filiera è più lenta. Comunque, per la filatura, la tintura e la tessitura il 36% dei marchi fornisce i nomi dei loro fornitori. Rispetto, invece, alla provenienza della materia prima il dato è del 12%, quasi come un anno fa.

Foto: Fair Wear Foundation

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