Che fine fanno i vestiti usati portati nei negozi dei principali marchi di moda? Purtroppo, non sempre trovano una nuova vita, anzi possono percorrere migliaia di chilometri prima di trovare la destinazione finale e finire, come ormai è stato ampiamente documentato, in una delle discariche in Africa.

Ci sono le prove e questa volta a darle ci ha pensato l’Ong Changing Markets Foundation che per 11 mesi (da agosto 2022 a luglio 2023) ha monitorato il viaggio di 21 capi usati, cappotti, piumini, gonne, felpe, e quant’altro, tutti in perfette condizioni. Persino con il cartellino attaccato.

Ogni capo è stato tracciato con Apple AirTag per seguirne tutti i passaggi e la destinazione finale.

Dagli slogan, alla realtà

La Ong olandese ha quindi testato gli schemi di ritiro di abbigliamento usato di 10 marchi: H&M, Zara, C&A, Primark, Nike, Boohoo, New Look, The North Face, Uniqlo e M&S nei negozi del Regno Unito, Francia, Belgio e Germania.

Gli schemi di ritiro di questi marchi hanno slogan molto rassicuranti. Ad esempio quello di C&A recita “Give your clothes a second life” che tradotto è “Dai una seconda vita ai tuoi vestiti”, quello di H&M “Let’s close the loop” cioè “Chiudiamo il cerchio” e quello di The North Face “Lets complete the circle” ovvero “completiamo il cerchio”. Ma è davvero così?

Secondo l’indagine di Changing Markets Foudantion 16 capi su 21 sono stati distrutti, lasciati nei magazzini, oppure esportati in Africa per finire in discarica o bruciati nei forni. Sono stati inviati anche nel mercato dell’usato in Ucraina, dove fortunatamente sono finiti nei negozi di rivendita e acquistati.

Una gonna donata a H&M ha viaggiato per 24.800 km da Londra fino a una zona desolata del Mali. Una maglia a maniche lunghe, sempre del marchio svedese, ha viaggiato per 11.400 km per finire in un mercato di Kinshasa nella Repubblica democratica del Congo venduta come straccio o bruciata nei forni.

Una felpa consegnata in un negozio di C&A in Belgio invece è approdata nel mercato di Nouak-chott in Mauritania da dove si sono perse le tracce a causa della rimozione del dispositivo tracciamento, probabilmente venduto al mercato dell’elettronica.

Dopo 11 mesi, 8 capi di abbigliamento sono risultati ancora fermi. Alcuni non hanno mai lasciato il punto di consegna, come nel caso di una giacca The North Face e un pigiama di Zara. Altri, invece, sono rimasti bloccati nel limbo del sistema globale di abbigliamento usato.

Distrutti 7 capi di abbigliamento

Altro che riuso! Ben 7 capi di abbigliamento, invece che avviati al riuso attraverso la rivendita, sono stati distrutti. È il caso, ad esempio, di un paio di pantaloni Zara con il cartellino ancora attaccato portati in un negozio di C&A a Parigi, presi in consegna da Soex, società di selezione e riciclo di abbigliamento usato, e poi distrutti. Probabilmente, sono stati triturati per farne materiale per l’edilizia.

Solo 5 articoli, su 21, sono finiti in un negozio di rivendita in Europa e solo 1 nello stesso Paese di consegna. Si tratta di una camicia consegnata nel negozio di Zara di Oxford Sreet a Londra e rivenduta in un negozio di seconda mano sempre a Londra.

Un piumino Nike consegnato in uno store del marchio a Berlino ha raggiunto un negozio di seconda mano in Ucraina e rivenduto. Stesso destino per un cappotto consegnato in un punto vendita di Uniqlo. 

Come funzionano gli schemi di ritiro dell’usato dei marchi?

Da qualche anno a questa parte, i principali marchi di moda, specie della fast fashion, forniscono ai propri clienti la possibilità di consegnare abbigliamento usato presso i propri negozi con la promessa di dargli una seconda vita.

Innanzitutto, avviandoli al riuso quando sono in buone condizioni; in alternativa al riciclo per ricavarne nuova fibra per l’abbigliamento; oppure, se queste due opzioni non sono possibili, utilizzarli per farne materiale per l’edilizia e altro.

Insomma, in teoria, la promessa è quella di seguire la gerarchia della selezione e trattamento dei rifiuti.

La beffa per i clienti

Grazie a questi schemi di ritiro, chi ne usufruisce si libera di quello che non mette più pensando anche di fare una cosa buona.

Ma, come sottolinea Changing Markets Foundation, oltre alla beffa per i clienti, questi programmi di ritiro aggravano ulteriormente il modello di business della fast fashion. Infatti, in cambio dei vestiti consegnati, i brand offrono buoni sconti o punti. In pratica, un incentivo ad acquistare più vestiti, perpetuando lo spreco del modello della fast fashion. 

Considera che, come rileva l’ultimo report di Fashion Revolution, l’88% dei principali marchi di moda globali non rileva il volume di abbigliamento prodotto ogni anno. E solo l’1% dichiara l’impegno a ridurre la produzione di nuovi capi di abbigliamento.

Se i marchi si dimostrano irresponsabili, è quanto mai essenziale la responsabilità individuale: se qualcosa non ti serve non c’è motivo di comprarla, sconto o non sconto.

Questo è quello che possiamo fare noi, oltre che allungare la vita il più possibile di quello che già abbiamo. Ci guadagni tu, ci guadagniamo tutti.

In attesa di una nuova normativa Ue

Infine, c’è bisogno di leggi che disciplinino il settore. Per questo è urgente la definizione della direttiva sui rifiuti tessili e la Responsabilità Estesa dei Produttori (EPR) sull’intero ciclo di vita del prodotto.

Al momento, i marchi di moda non seguono il fine vita dei loro prodotti, nemmeno rispetto ai capi usati raccolti secondo i loro schemi di ritiro.

Quanto raccolto, infatti, è gestito da aziende che si occupano dei passaggi successivi, dalla selezione all’esportazione. E, come dimostra anche questa indagine, nella stragrande maggioranza dei casi, l’abbigliamento usato, non  trova una seconda vita. Nemmeno se si tratta di capi con il cartellino ancora attaccato.

Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash

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