Non a caso si chiama fast fashion: non solo produzioni veloci, ma anche consegne veloci. D’altra parte a cosa servirebbe fare fino a 50 collezioni all’anno se poi non arrivano il prima possibile nei negozi o direttamente a casa della clientela?

Così, tonnellate su tonnellate di articoli di moda prendono il volo ogni giorno. In piena crisi climatica abusare degli aerei cargo per trasportare vestiti in tutto il mondo, proprio non funziona. Senza contare che l’industria tessile e moda è già responsabile di una quota importante di emissioni di anidride carbonica che va dal 4 all’8%.

Visto l’impatto sul clima, i principali marchi di moda globali sono poco trasparenti sul ricorso al trasporto aereo (come pure su tante altre cose, leggi l’ultimo Fashion Transparency Index).

Quindi, a fare un po’ di luce ci ha pensato Public Eye, organizzazione impegnata nel rispetto dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente, nonché coordinatrice per la Svizzera della Campagna Abiti Puliti

SOMMARIO

Zara, da Saragozza 1.600 voli all’anno

Quali sono i marchi che utilizzano maggiormente il trasporto aereo? Le informazioni sono scarse, così: «Abbiamo valutato anche i media indipendenti e i dati doganali dettagliati», scrive Public Eye nel report I voli dannosi della fast fashion. Zara alimenta la crisi climatica con il trasporto aereo di migliaia di tonnellate di merci. 

«Abbiamo rilevato i dati di altre aziende come Calzedonia, Lululemon, Next, Uniqlo e Urban Outfitters, ma non abbiamo trovato prove di un volume di trasporto aereo altrettanto elevato quanto quello di Inditex». 

Ebbene, il Gruppo spagnolo Inditex, casa madre di Zara e di altri marchi (Massimo Dutti, Bershka, Pull&Bear, Oysho e Stradivarius), detiene il record dei voli aerei per la consegna delle sue merci. Peccato, però, che questo sistema non fa che aggravare la crisi climatica.

Indipendentemente dal luogo di produzione, tutti gli articoli di Zara & Co. finiscono nei grandi centri di distribuzione che l’azienda gestisce intorno all’aeroporto spagnolo di Saragozza. Lì gli articoli vengono ispezionati, controllati e confezionati per essere poi spediti nei negozi di tutto il mondo.

«D’altra parte – scrive Public Eye – , Inditex si vanta di rifornire i suoi 5.815 negozi due volte alla settimana».

Quindi, per rifornire i suoi punti vendita Inditex prenota circa 32 voli cargo a settimana solo da Saragozza, ciascuno trasporta circa 100 tonnellate di vestiti. Si tratta di oltre 1.600 viaggi all’anno solo da questo aeroporto.

Dove produce Zara?

Secondo il Rapporto Annuale 2022 del Gruppo, circa la metà della produzione è avvenuta in Nord Africa, Turchia e nella Penisola Iberica, il resto in Paesi più lontani (Argentina, Bangladesh, Brasile, Cina, India, Cambogia, Pakistan e Vietnam).

Di conseguenza, molti capi di abbigliamento venduti nei Paesi che Inditex rifornisce per via aerea hanno viaggiato anche per due volte all’interno della stiva di un aereo cargo. «Rispetto ad altri marchi di moda – scrive Public Eye –  questo comporta anche un impatto climatico significativamente più elevato».

L’abbigliamento è un bene deperibile?

L’abbigliamento non è un bene deperibile, come gli alimenti o i farmaci. Materialmente non lo è, ma per il modello di business della fast fashion sì. Produrre in continuazione e indurre le persone a consumare di più, significa che quello che hai prodotto ieri è già vecchio, andato a male, è fuori moda.

Un modello di business assurdo, ma che genera un sacco di profitti. Nel caso del Gruppo Inditex parliamo di un fatturato di 32,6 miliardi di euro e un utile netto di 4,6 miliardi di euro nell’anno fiscale 2022.

Consegnare il prima possibile la merce è una caratteristica nell’industria dell’abbigliamento. Nel 2022 la sola Unione europea ha importato ed esportato oltre 700.000 tonnellate di articoli di moda. Il che corrisponde a 7.000 grandi aerei cargo o a circa 20 voli cargo che decollano ogni giorno. 

Il danno del trasporto aereo

La moda trasportata per via aerea è circa 14 volte più dannosa per il clima rispetto all’abbigliamento trasportato via mare. Secondo uno studio della società di consulenza ambientale svizzera Quantis, i trasporti rappresentano in media il 3% circa delle emissioni di gas serra nell’industria della moda. Il grosso delle emissioni è causato dalla produzione di materie prime e dalla loro lavorazione.

Tuttavia, il valore del 3% aumenta drasticamente se si considera il trasporto aereo, come ha dimostrato la società di consulenza ambientale Systain di Amburgo.

Nell’illustrazione qui sotto, il caso di una maglietta a maniche lunghe trasportata dal Bangladesh all’Europa. Il viaggio in nave ha una impronta di carbonio del 3% che con il trasporto aereo sale al 18%.

Fonte: Calcolo basato sui dati Systain, 2009. Illustrazione: opak.cc. Dal report di Public Eye “i voli dannosi della fast fashion

Ultra fast fashion, come si comporta Shein

I dati sulle merci spedite direttamente a casa dei clienti sono ancora più difficili da reperire. Il rivenditore online Shein, ad esempio, trasporta enormi quantità di articoli via aerea dalla Cina alle case private di tutto il mondo. 

Ma quanti voli? Non si sa, quello che si conosce è che il gruppo di cinese dell’ultra fast fashion ha stretto una partnership strategica con China Southern Airlines. In pratica, gli aerei cargo della più grande compagnia aerea asiatica fanno la spola avanti e indietro esclusivamente per Shein sulle sue rotte principali tra Guangzhou e Los Angeles o Amsterdam.

Zara e l’impegno contro la crisi climatica

Inditex rivendica l’impegno per una moda a basso impatto ambientale: dal risparmio idrico, all’uso di energia rinnovabile, a materiali più ecologici. Riguardo alla crisi climatica il suo obiettivo è di tagliare del 90% le emissioni serra al 2040. Avanza però un 10%, saranno mica quelle del trasporto aereo delle sue merci? Forse.

Fatto sta che questo 10% di emissioni di gas serra sono «difficili da eliminare» è scritto nel Rapporto di sostenibilità 2022. La soluzione sarebbe neutralizzare o compensare queste emissioni attraverso iniziative di assorbimento del carbonio.

Ad ogni modo, per quanto riguarda il trasporto aereo di merci, l’e-mail di risposta del Gruppo Inditex a Public Eye fornisce pochi dettagli. Ci sono riferimenti a diverse collaborazioni per promuovere la decarbonizzazione dell’industria del trasporto aereo di merci, sviluppare carburanti alternativi e ottimizzare l’efficienza degli aeromobili. Si tratta, però, di processi particolarmente lunghi.

L’impatto sui tempi di lavoro

Come spiega Public Eye, la fast fashion richiede grande flessibilità ai fornitori. Infatti, capita che gli ordini più grandi vengano suddivisi in molti ordini più piccoli e con tempi di consegna ridotti a poche settimane. Questo mette sotto pressione i lavoratori e le lavoratrici nelle fabbriche, alimenta il ricorso ai subappaltatori e al lavoro straordinario.

La moda che viaggia in aereo facilita questo processo. Innanzitutto, le aziende verificano come la clientela accoglie i nuovi articoli: se il riscontro è positivo vengono riordinati e, se urgenti, spediti in aereo. Invece, se un articolo rimane invenduto, gli ordini successivi vengono cancellati.

Questo modello di produzione è particolarmente drastico nelle aziende di moda ultraveloce come Shein. Infatti, secondo un’altra indagine di Public Eye, se un articolo riscuote successo, i fornitori devono far fronte alle nuove richieste e la settimana lavorativa può arrivare fino a 75 ore.

Leggi anche: L’ultra fast fashion di Shein: c’è un’altra inchiesta sullo sfruttamento del lavoro

La petizione contro la “moda aerea”

Insomma, che si parli di Zara, Shein o altri rivenditori di fast fashion: far volare tonnellate di vestiti in tutto il mondo è, data la crisi climatica, l’ennesimo scandalo che affligge un settore già notoriamente negativo dal punto di vista ambientale e sociale. 

Ecco perché Public Eye e la Campagna Abiti Puliti hanno lanciato la petizione “Stop alla moda volante” chiedendo ai leader della “moda aerea”, come Zara, di prendere sul serio i propri obiettivi di sostenibilità e di fermare la moda trasportata via aereo. 

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