Periodicamente si torna a parlare della fine del reso gratuito per gli acquisti online nella moda.

In particolare del cambio di rotta dei marchi fast fashion che hanno fatto del reso gratuito una strategia di marketing per aumentare i profitti e fidelizzare la clientela.

Una strategia boomerang, tanto che nemmeno i colossi del fashion riescono a gestire la mole di articoli che tornano indietro grazie al reso gratuito degli acquisti online. 

Infatti, negli ultimi anni sempre più marchi di fast fashion, e non solo, sono corsi ai ripari facendo pagare le spese per la restituzione degli articoli.

Ad esempio, per il ritiro del reso al domicilio Zara fa pagare 4,95 euro, mentre H&M 2,99 euro (tranne per gli iscritti a H&M Members), mentre con UNIQLO Italia la restituzione in un punto di ritiro UPS è di 2,95 euro.

Il motivo? Il reso gratuito costa troppo e riduce i guadagni. A parte la perdita di profitti – che per chi fattura miliardi all’anno sinceramente poco importa – quello che conta è l’impatto ambientale degli articoli restituiti.

Un impatto che riguarda tutti, anche chi acquista online con coscienza o preferisce i negozi fisici. Ed è proprio delle conseguenze ambientali che voglio parlare. Prima però, per inquadrare meglio la questione, un accenno al valore economico dei resi.

Sommario

Il reso gratuito e i “restitutori seriali”
Il costo economico dei resi online
Inquinamento ed emissioni di gas serra dei resi
Dove finiscono i resi online
Cosa possono fare le aziende per limitare i resi
Cosa puoi fare tu: 5 consigli per evitare i resi online

Il reso gratuito e i “restitutori seriali”

Con la crescita degli acquisti online è aumentata anche la merce restituita. Come dicono le statistiche, gli articoli maggiormente restituiti sono l’abbigliamento e le scarpe.

D’altra parte può capitare di comprare un vestito e, una volta ricevuto, ti accorgi che non cade bene, la taglia non è quella giusta, il colore è diverso dalla versione online o il tessuto è scadente. Insomma, le variabili per restituire un articolo possono essere diverse.

Per facilitare gli acquisti online, molti e-commerce del fashion hanno allungato il periodo di restituzione: dai canonici 14 giorni, previsti dalla normativa sul diritto di recesso, a 30 giorni e oltre, includendo il reso gratuito con ritiro al domicilio.

Una situazione ideale per i “restitutori seriali” cioè gli utenti che comprano più di quanto farebbero normalmente sapendo che una parte degli articoli li restituiranno. In pratica, ordinano un capo in taglie e colori diversi, oppure più indumenti per la prova social o li indossano per qualche uscita per poi restituirli.

Negli Stati Uniti il fenomeno delle restituzioni seriali è in crescita, tanto che nel 2023 ha raggiunto un valore commerciale di oltre 100 miliardi di dollari, secondo il National Retail Federation.

Negli Usa il totale generale dei resi (sia online che in negozio) è arrivato a 743 miliardi di dollari nel 2023. I resi online sono i più frequenti con un tasso di restituzione del 17,6%.

Leggi anche: La giostra dei resi gratuiti online: l’indagine di Greenpeace e Report

Il costo economico dei resi online

Per ogni reso però le aziende sostengono un costo, oltre a quello della spedizione, anche tutta una serie di controlli e operazioni per rimettere eventualmente in vendita il prodotto. Secondo il Product Returns Research Group (PRRG) dell’Università di Southampton, citato dal The Guardian, il costo del reso per l’azienda è di 12 euro su un prodotto che ne vale 100.   

In un recente report il British Fashion Council ha calcolato in 7 miliardi di sterline il costo dei resi nel 2022 per l’e-commerce del settore moda. Una perdita di profitto considerato che circa la metà degli articoli restituiti vengono rimessi in vendita scontati del 40%.

Inquinamento ed emissioni di gas serra dei i resi

Accanto al costo economico dei resi c’è anche quello ambientale che riguarda tutti. Che dire della crisi climatica? Secondo Optoro, società di logistica dei resi, nel 2022 solo negli Stati Uniti il totale dei resi (non solo moda) ha causato 24 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, l’equivalente di 5 milioni di automobili in circolazione in un anno.

Nel Regno Unito, invece, la gestione del processo dei resi solo nel settore moda ha generato 750mila tonnellate di emissioni di CO2 nel 2022.

D’altra parte, non potrebbe essere altrimenti visto che, come scrive il British Fashion Council, il 30% degli articoli di moda comprati online viene rimandato indietro. Al primo posto c’è l’abbigliamento, al secondo le scarpe e al terzo borse.

Riguardo alle emissioni di CO2 nello shopping online altri dati arrivano dal report “Sostenibilità: aggiungi al carrello. E-commerce nel settore fashion in Italia: buone prassi di sostenibilità nel contesto omnicanale“, della società di consulenza ambientale Quantis.

Nell’indagine si considera un tasso medio di restituzione del 14% che genererebbe un 3% di emissioni di gas serra sul totale delle emissioni causate dallo shopping online. Un valore che salirebbe al 9% nel caso di player e-commerce puri, per i quali il tasso di reso potrebbe arrivare al 50%.

Leggi anche: Nell’industria della moda le emissioni serra aumentano. Ed è un guaio

In più, c’è un altro aspetto da considerare: come scrive The Guardian, siccome le scorte vengono aggiornate sulla base del venduto, i resi non fanno che aumentare la sovrapproduzione.

A questo si aggiunge che i capi restituiti per essere poi rivenduti hanno bisogno di nuovo imballaggio, quindi plastica e carta, intaccando ulteriormente risorse preziose e non infinite.

Dove finiscono i resi online?

Se il reso non  presenta difetti viene rivenduto a prezzo pieno o scontato. A volte però il costo delle operazioni di controllo non rende conveniente rimetterlo in vendita. Come scrive McKinsey il 10% dei resi nella moda finisce in discarica.

Tanto per portare un caso concreto, mi affido ancora ai dati del British Fashion Council. Nel Regno Unito 23 milioni di capi di abbigliamento restituiti sono finiti in discarica o bruciati nel 2022. Uno spreco pazzesco che sommato a tutti gli altri indumenti restituiti in altri Paesi, arriverebbe a cifre esorbitanti. Senza contare gli effetti sull’ambiente: inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria, con conseguenze sulla salute umana.

Leggi anche: Abbigliamento usato: il flusso tossico dall’Europa alla discarica di Nairobi in Kenya.

Cosa possono fare le aziende per limitare i resi

Far pagare la spedizione dei resi, specie nel caso del ritiro a domicilio, non è l’unica soluzione.

Piuttosto le aziende dovrebbero sensibilizzare la clientela sull’impatto ambientale dei resi.

Dovrebbero fornire all’interno del sito web informazioni chiare e rappresentative su colore, taglia, misure in centimetri, fit e composizione del capo. In questo modo, come scrive Quantis nel report citato, si potrebbero ridurre fino al 20% le emissioni di gas serra dovute ai resi.

Inoltre, sono ormai disponibili nuove tecnologie basate sull’intelligenza artificiale e il 3D per la prova virtuale dell’articolo in modo da facilitare l’acquisto giusto.

Insomma, l’e-commerce del fashion ha ampi margini di miglioramento.

Cosa puoi fare tu: 5 consigli per evitare il reso online

Basta davvero poco per cambiare abitudini nello shopping online. Se il reso è gratuito, non lo sono i costi ambientali. Quindi:

  1. Compra solo quello che ti serve davvero, evitando gli acquisti impulsivi perché il prezzo è basso, la spedizione è gratis e anche il reso;
  2. Affidati agli e-commerce che forniscono informazioni accurate sul prodotto che stai comprando: tessuto, taglia, misure in centimetri, colori, prove virtuali;
  3.  Prenditi del tempo e se hai dubbi non comprare; 
  4. Ricorda che ci sono ancora i negozi fisici; 
  5. Infine, rivaluta il tuo armadio: ripara o modifica quello che hai già.
0 Shares:
Leggi anche