Cosa può raccontare un tessuto recuperato? E cosa succede quando frammenti di storie, luoghi e percorsi diversi vengono cuciti insieme?
Sono alcune delle domande che attraversano Atlas Studios, la mostra dell’artista Latefa Wiersch in corso a Villa Maraini, sede romana dell’Istituto Svizzero, fino al 5 luglio.
Di origini amazigh e arabe, nata a Dortmund nel 1982 e residente in Svizzera, Wiersch costruisce un percorso che unisce memoria personale, storia e immaginario cinematografico. Al centro della mostra ci sono grandi figure – pupazzo realizzate a mano con tessuti recuperati, cuciti e assemblati dall’artista.
Ogni installazione allude a personaggi o a eventi storici, ma il tempo e lo spazio non sono circoscritti, anzi. Più elementi rimandano alla contemporaneità e al presente. Atlas studios è una mostra da visitare in ogni suo particolare.

Tessuti recuperati e identità in trasformazione
Le sculture di Wiersch non hanno un aspetto perfetto o idealizzato. I corpi mostrano cuciture visibili, proporzioni irregolari e dettagli volutamente incompleti. Ogni figura appare come il risultato di un processo di costruzione continua, frutto di intrecci culturali che danno vita a identità ibride in evoluzione.
I materiali recuperati diventano così molto più di una scelta estetica. Attraverso il riuso di tessuti e abiti, l’artista dà forma a personaggi che portano con sé tracce di storie differenti, trasformando il recupero in una narrazione unica.

Atlas Studios: Al-Kahina, regina amazigh che nel VII secolo guidò la resistenza all’espansione arabo-islamica nel Nord Africa. Sopra di lei, un drone collega passato e presente. © Daniele Molajoli
Il patchwork come metafora culturale
Uno degli elementi più significativi della mostra è un grande arazzo realizzato come un patchwork di tessuti provenienti da contesti diversi. Frammenti di stoffe, motivi decorativi e richiami culturali si intrecciano fino a creare una composizione che mette in dialogo radici nordafricane, mediorentali ed europee.
Il patchwork diventa così una metafora delle identità contemporanee: non qualcosa di fisso e immutabile, ma il risultato di incontri, spostamenti e contaminazioni culturali. Un’immagine che attraversa l’intera mostra e che si riflette anche nelle figure che popolano le sale.

Tra cinema, memoria e Mediterraneo
Il titolo Atlas Studios richiama gli Atlas Film Studios di Ouarzazate, in Marocco, uno dei più grandi complessi cinematografici del mondo. Qui sono stati girati film come Il Gladiatore e La Mummia, contribuendo a costruire immagini e rappresentazioni dei popoli del Mediterraneo, in particolare del Nord Africa e del Medio Oriente, che spesso hanno alimentato stereotipi e semplificazioni.
Attraverso le sue installazioni, Wiersch invita a guardare oltre queste immagini, proponendo una riflessione sul modo in cui raccontiamo la storia e costruiamo il senso di appartenenza.
Tra riferimenti autobiografici, personaggi storici e scenari sospesi tra realtà e finzione, la mostra offre uno sguardo originale sulle identità ibride. Identità che, proprio come un patchwork, sono il risultato di connessioni, incontri e influenze diverse che si mischiano nel tempo e caratterizzano il nostro presente.