Che fine fanno i vestiti invenduti? Una buona parte viene distrutta. La distruzione di abbigliamento, scarpe e accessori invenduti è una pratica nota almeno dagli anni ’80. Uno spreco enorme di risorse ambientali preziose e di lavoro che accomuna sia i marchi di fascia medio o bassa sia quelli del lusso. Ma è lecito distruggere quello che non si vende o che viene restituito dal cliente? Non più, almeno per i prodotti tessili immessi sul mercato dell’Unione europea.
Per impedire la distruzione di indumenti, accessori e calzature invenduti, il 9 febbraio scorso la Commissione europea ha introdotto nuove misure nell’ambito del Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR). L’obiettivo è ridurre gli sprechi, limitare i danni ambientali e creare condizioni di parità per le aziende impegnate in modelli di produzione sostenibili e circolari.
Quando scatta il divieto
Il divieto di distruzione dei prodotti tessili invenduti scatterà dal 19 luglio 2026 per le grandi imprese e dal 2030 per le medie. La distruzione sarà ammessa solo in casi specifici, ad esempio per motivi di sicurezza o danni al prodotto.
Oltre al divieto, è stato introdotto un obbligo di divulgazione e trasparenza: le aziende dovranno rendere pubblici sui propri siti web, in un formato standard, il numero e il peso dell’invenduto, la tipologia e la gestione dei prodotti scartati ogni anno.
Dovranno anche dichiarare quanto è stato avviato al riuso, al riciclo, all’incenerimento o alla discarica e quali misure sono state adottate, o sono in programma, per prevenire la distruzione. L’obbligo scatterà da febbraio 2027 per le grandi imprese e nel 2030 per le medie.
Cos’è l’invenduto
Per invenduto si intendono eccedenze di magazzino, prodotti obsoleti, danneggiati o restituiti che non vengono rimessi in vendita. È il risultato di una discrepanza tra ciò che viene prodotto e ciò che viene richiesto, discrepanza che può essere anche frutto di una scelta aziendale.
Lo spiega nel briefing La distruzione dei tessuti restituiti e invenduti nell’economia circolare europea l’Agenzia europea dell’ambiente: «In un mercato ipercompetitivo come quello tessile, e in particolare del fast fashion, i marchi preferiscono eccedenze di stock per ridurre i tempi di consegna ed evitare di non soddisfare subito la domanda».
Così i marchi puntano sull’aumento e la diversificazione dei prodotti, proponendo collezioni continue per attrarre più clienti e incentivare l’acquisto. Una strategia possibile grazie ai bassi costi di produzione, concentrata soprattutto in Asia. Non a caso la sovrapproduzione è indicata come una delle cause principali dell’invenduto.
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Che fine fanno i vestiti invenduti: i numeri sulla distruzione
L’industria della moda resta poco trasparente: la maggior parte dei marchi globali non rivela i volumi di produzione annuali, figuriamoci la quantità di invenduto.
I dati disponibili si basano quindi su stime. Secondo la letteratura scientifica, la quota media di prodotti tessili invenduti nell’Ue è del 21% e dal 4 al 9% viene distrutta: in pratica vengono distrutte dalle 264 mila alle 594 mila tonnellate di articoli all’anno.
I prodotti di moda invenduti seguono percorsi diversi a seconda delle condizioni e del potenziale di riutilizzo. La scelta di riproporli anche a prezzi super scontati non risolve del tutto il problema: in Germania si stima che circa 230 milioni di articoli all’anno rimangano nei magazzini. Una quantità da brivido.
Lo smaltimento delle scorte di magazzino segue anche la soluzione più conveniente per le aziende di moda. L’incenerimento, pur avendo un costo, è la via più economica dopo la discarica. Infatti, è una pratica documentata in diversi Paesi europei.
Per rendere l’idea, in Danimarca, uno studio di Econet (2020) ha stimato che la quantità di indumenti nuovi invenduti destinati all’incenerimento sia di circa 677 tonnellate all’anno. Nei Paesi Bassi, un altro studio ha rilevato che nel 2019 sono stati bruciati dai 596 mila agli oltre 1 milione capi di abbigliamento invenduti.

Cosa si intende per distruzione e perché avviene
Per capire che fine fanno i vestiti invenduti c’è da chiarire cosa si intende per distruzione. Non solo incenerimento o discarica, ma anche riciclo. Nel riciclo il prodotto viene triturato o smantellato e, nella maggior parte dei casi, è a ciclo aperto. Cosa significa? Che, ad esempio, una maglietta viene trasformata in materiale isolante per l’edilizia, non in nuova fibra tessile per l’abbigliamento come nel riciclo a ciclo chiuso. Un processo ostacolato dalla composizione dei tessuti, spesso un mix di fibre diverse, soprattutto sintetiche.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, la lavorazione e la distruzione dei prodotti tessili restituiti o invenduti generano fino a 5,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Quasi come le emissioni nette della Svezia nel 2021.
Le motivazioni della distruzione dell’invenduto sono principalmente economiche: mantenimento del valore ed esclusività del marchio, costi logistici elevati per riparare, ristrutturare o rivendere prodotti specie se di scarsa qualità e basso valore.
Distruzione dell’invenduto: alcuni casi noti
Si stima che i brand di moda potrebbero avere dal 25% al 40% di prodotti invenduti a fine stagione. Quello che rimane nonostante i saldi, le donazioni a organizzazioni benefiche, la vendita tramite outlet interni o esterni, che fine fa? Sulla distruzione di articoli abbigliamento, scarpe e accessori invenduti e resi, non mancano esempi. Eccone alcuni.
La multinazionale svedese H&M è stata più volte associata alla distruzione dell’invenduto. Nel 2016 è stata accusata di aver bruciato 19 tonnellate di vestiti nuovi nello stabilimento di Västerås in Svezia, pari a circa 50 mila paia di jeans. In precedenza, era stata accusata di aver bruciato altre 12 tonnellate di vestiti nuovi e utilizzabili in Danimarca. In un rapporto riservato del 2018 della filiale tedesca si affermava la distruzione di circa 100 mila capi. H&M ha sempre respinto le accuse, dichiarando che nei capi distrutti erano presenti tracce di muffa e altre sostanze chimiche nocive. Distruzioni, comunque, frutto di eccessi di produzione.
Nel 2018 Burberry ha annunciato di aver incenerito in un anno abiti, accessori e profumi per un valore di 28,6 milioni di sterline, per un totale di oltre 90 milioni di sterline in cinque anni. Questo è stato uno dei casi più clamorosi.
Nel 2021 un’inchiesta giornalistica ha rivelato che Nike avrebbe inviato a riciclo sneakers nuove restituite, scoperte tramite localizzatori GPS. L’azienda ha dichiarato che le scarpe modificate, a causa dell’inserimento del GPS, non potevano essere rivendute per motivi di sicurezza. Nel 2017, invece, sono stati trovati sacchi di merce nuova tagliata davanti allo store Nike di SoHo a New York.
Ora grazie all’obbligo di rendicontazione, sapremo che fine fanno i vestiti invenduti. Un passo necessario per comprendere l’impatto della sovrapproduzione e la reale gestione dell’invenduto.
Comunicare pubblicamente quantità e gestione dell’invenduto rappresenta una svolta in termini di trasparenza. Un marchio che dichiara grandi quantità di invenduto e una gestione non sostenibile rischia un danno reputazionale significativo. Produrre meno potrebbe diventare la scelta più conveniente.
E noi? Possiamo fare molto: acquistare solo ciò di cui abbiamo bisogno e ricordare che il reso gratuito non dovrebbe essere un incentivo a comprare più del necessario per poi restituirlo. Rischia di fare una brutta fine.
I dati citati provengono da studi ufficiali dell’Unione europea:
Agenzia europea dell’Ambiente (2024), The destruction of returned and unsold textiles in Europe’s circular economy.
Commissione europea – Direzione generale Ambiente (2024), Study to support the Sustainable Products Initiative.
Joint Research Centre (JRC) (2026), Study on the destruction of unsold products.