Da fuori tutto sembra perfetto: edifici con pannelli solari sui tetti, giardini con piante e fiori, luci moderne. Sembra la fabbrica di abbigliamento dei sogni. E in effetti non si tratta di un caso isolato: le fabbriche certificate LEED in Bangladesh sono 248, un primato mondiale.
La certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) è uno standard internazionale prestigioso che premia l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale degli edifici. Molti marchi di moda si riforniscono in queste green factory e la loro reputazione ne trae beneficio.
Ma le condizioni di lavoro sono davvero all’altezza di questa eccellenza ambientale?
Quali marchi producono nelle fabbriche certificate LEED in Bangladesh
A raccontarlo è l’indagine “Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta”.
Il report è stato realizzato da FAIR, Campagna Abiti Puliti, in collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity.
Si tratta di un’indagine sul campo condotta in 8 fabbriche LEED di eccellenza, dove si riforniscono marchi come Benetton, Bestseller, Decathlon, Fruit of the Loom, Gap, H&M, Hugo Boss, Kiabi, M&S, Next, OVS, Zara e Wrangler. I dati sono stati raccolti tra ottobre 2024 e maggio 2025.
Fabbriche certificate LEED in Bangladesh e transizione giusta
L’obiettivo dell’indagine è stato valutare l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh dal punto di vista della transizione giusta nel settore moda: un processo che supera l’opposizione tra lavoro ed ecologia, promuovendo insieme tutela ambientale e occupazione di qualità.
In queste fabbriche “verdi” tutto ciò non sta avvenendo. Dalle interviste raccolte c’è una netta separazione tra l’impatto ambientale e quello sociale. Sebbene molti le considerino migliori di altre fabbriche, l’indagine individua diverse criticità, tra le quali: ritmi produttivi molto intensi, assenza di sindacati, abusi verbali e psicologici ricorrenti, assenza di coinvolgimento dei lavoratori nella transizione, peggioramento delle condizioni di salute, tra polvere e stress da calore.

Industria tessile in Bangladesh secondo esportatore mondiale
Il Bangladesh è il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina. Impiega circa 4 milioni di lavoratori, nella stragrande maggioranza donne, distribuiti in circa 4mila fabbriche.
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In Bangladesh è consumata la peggiore tragedia dell’industria della moda. Il 24 aprile del 2013 il crollo del Rana Plaza a Dacca causò la morte di 1.138 persone, quasi tutte giovani donne, e più di 2.500 rimasero ferite. Grazie all’Accordo sulla sicurezza antincendio e degli edifici la sicurezza è migliorata molto, ma la sua applicazione non riguarda né i salari né le questioni sociali.
ll Bangladesh è tra i Paesi più vulnerabili alla crisi climatica, e gli effetti si riflettono anche nelle fabbriche certificate LEED.
“I condizionatori sono installati ma la manutenzione è incostante. La lanugine dei tessuti e la polvere causano disagio. È necessario indossare maschere ma è difficile lavorare con quelle addosso”, racconta Alisha.
«L’aumento delle temperature, le inondazioni e l’innalzamento del livello del mare minacciano sia le infrastrutture che la salute dei lavoratori. Ci aspettiamo che i firmatari dell’Accordo Internazionale per la Salute e la Sicurezza nell’Industria Tessile e dell’Abbigliamento includano nel programma di ispezione i rischi climatici entro il 24 aprile 2026, data in cui ricorre l’anniversario del Rana Plaza», sottolinea Kalpona Akter, presidente del sindacato Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation.
Salari e condizioni di lavoro nelle fabbriche certificate LEED
Anche nelle fabbriche “green” di eccellenza il salario rimane di povertà. Pur essendo lievemente superiore al minimo legale, il divario rispetto al salario dignitoso supera il 70%.
Dove i salari sono leggermente più alti, aumenta anche la pressione sui ritmi di lavoro. Gli straordinari sono spesso la norma: in due fabbriche superano le 60 ore al mese.
“Gli straordinari non sono davvero facoltativi per noi. Se necessario ci opprimono, ma ci costringono a farli”, racconta Safiya.
Il salario minimo legale in Bangladesh è di 87,50 euro al mese, quello dignitoso invece, necessario per pagare affitto, cure, istruzione, cibo e trasporti, è calcolato in 377 euro. Una bella differenza.
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Cosa chiedono le organizzazioni ai brand e al governo
Il report propone diverse raccomandazioni per rendere reale una transizione giusta nell’industria del tessile e moda in Bangladesh.
Tra queste, l’invito alle aziende che operano nel Paese a firmare l’Accordo Internazionale per la Salute e la Sicurezza nell’Industria Tessile e dell’Abbigliamento. Alcuni marchi non lo hanno ancora sottoscritto, tra cui Decathlon, Fruit of the Loom, Gap, Kiabi e Wrangler.
Ai marchi firmatari si chiede di includere i rischi climatici nelle ispezioni e di garantire prezzi equi ai fornitori. A brand, produttori e governo viene richiesto di assicurare, attraverso contrattazione efficace e norme vincolanti, misure contro violenze e molestie di genere e piena libertà sindacale.
È inoltre fondamentale riconoscere un salario dignitoso in quanto diritto umano universale. Consentirebbe abitazioni più sicure e migliori condizioni per affrontare anche gli effetti della crisi climatica.
Come sottolinea Deborah Lucchetti portavoce della Campagna Abiti Puliti: «Le politiche green, calate dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice nelle varie fasi della transizione, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari. Per farlo è necessario un cambiamento strutturale e sistemico a livello nazionale e internazionale».
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Le certificazioni sono importanti. Ma non bastano. La realtà va oltre la superficie.