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Cappotti da donna tutti uguali in colori diversi, immagine simbolica della produzione di massa nell’industria della moda, tema centrale del libro della moda anticapitalista
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Il libro della moda anticapitalista: cosa si nasconde dietro i vestiti che indossiamo

Una recensione de "Il libro della moda anticapitalista" di Tansy E. Hoskins, un’analisi radicale del legame tra moda, capitalismo e sfruttamento.

Cosa si nasconde dietro ai vestiti che indossiamo? Per saperlo c’è un modo, non semplice, ma rivelatore: mettere a fuoco il funzionamento del sistema capitalistico di cui la moda è “la figlia prediletta”. È quello che fa Tansy E. Hoskins, giornalista esperta di diritti del lavoro e politiche dell’industria dell’abbigliamento, nel saggio Il libro della moda anticapitalista. Tra Karl Lagerfeld e Karl Marx (il Saggiatore, 2024).

Sono due le domande centrali del libro e che l’autrice ci invita a fare: “In quale società volete vivere?” E dopo aver risposto, ecco la seconda domanda: “In questa società, a cosa serve la moda?” .

Copertina di Il libro della moda aticapitalista

Moda e capitalismo: a cosa serve davvero la moda oggi

Chiaro è a cosa serve la moda nella società di oggi; e lo è sin dalle prime pagine. Non a caso nell’introduzione, il primo riferimento è alla catastrofe del Rana Plaza, a Dacca in Bangladesh. Il 24 aprile del 2013 persero la vita più di mille persone, soprattutto giovani donne intente a cucire i nostri vestiti per numerosi marchi occidentali, tra i quali Benetton, Mango, Primark, Matalan, Walmart e tanti altri.

In quel caso il pericolo del crollo era evidente, già dai giorni precedenti, ma i proprietari delle fabbriche appaltatrici costrinsero le lavoratrici e i lavoratori ad entrare sotto minaccia. Il profitto sopra ogni cosa. È più importante la produzione, il valore degli abiti piuttosto che la vita delle persone li realizzano.

Grazie alla mobilitazione globale che ne seguì, oggi in Bangladesh le fabbriche sono più sicure, ma lo sfruttamento del lavoro quello c’è ancora. Eccome.

D’altra parte, scrive l’autrice: «La moda è così intrecciata al capitalismo che non esisterebbe un’industria della moda senza lo sfruttamento capitalista del Sud del mondo, delle donne, del lavoro dei migranti delle pratiche commerciali di un capitalismo razzista».

E allora a cosa serve oggi la moda? All’interno di un sistema capitalista, così come l’industria della moda è strutturata, serve ad arricchire sempre di più le tasche di pochi che sono già miliardari.

Leggi anche: Schiavitù moderna: al secondo posto c’è l’industria della moda

Un’industria basata sullo sfruttamento umano e ambientale

Il libro non dà consigli per gli acquisti, non ci sono vademecum per una moda etica, sostenibile o responsabile che dir si voglia. È una messa a fuoco dell’industria della moda capitalista che è basata sullo sfruttamento umano e ambientale a dismisura.

Il libro è chiaro fin dall’inizio, l’industria della moda può cambiare solo in un modo, superando il capitalismo. Infatti come spiega l’autrice: «Per anticapitalismo si indica il rifiuto in toto del sistema capitalistico, individuato come la causa sistemica dello sfruttamento dei dipendenti da parte delle aziende, del lavoro minorile, della devastazione ambientale e dell’alienazione».

I motivi di questa scelta radicale sono spiegati con testimonianze, anche sul campo, e numerose citazioni, all’interno di 10 capitoli.

Chi comanda davvero nella moda globale

Ma per capire come funziona l’industria della moda capitalista bisogna capire chi c’è al vertice.

Intanto nel libro, per precisa scelta dell’autrice, non si fa distinzione tra alta moda e moda di catena (fast fashion) perché in un modo o nell’altro si compenetrano, essendo legate da elementi comuni.

Famosi stilisti e brand del lusso che creano collezioni per i marchi di fast fashion, oppure cosmetici e t-shirt d’autore prodotti in serie. Insomma la moda di catena scimmiotta il lusso e viceversa.

Chi muove le fila? A dominare sono le proprietà monopolistiche, nel lusso come nella moda di catena, che danno a noi l’illusione della scelta, quando in realtà non scegliamo proprio nulla. Più brand che sembrerebbero concorrenti in realtà sono sotto un’unica azienda.

Ad esempio Inditex, non è solo proprietaria di Zara, ma anche di Bershka, Stradivarius, Massimo Dutti, Oysho, Pull&Bear, Zara Home.

Anche i media del fashion sono raggruppati sotto grandi gruppi editoriali.

Nel libro leggerai diversi esempi.

Perché compriamo: consumismo e falsi bisogni

Dei dieci capitoli ce n’è uno che forse più degli altri ci riguarda più da vicino, perché ci pone davanti a una realtà a cui ormai siamo alienati. Il capitolo si intitola Perché compriamo.

Ci sono tante ragioni per contrastare il consumismo e la sovrapproduzione, se non altro per l’enormità della crisi climatica che ci riguarda tutti.

Allora bisogna capire perché compriamo. La moda è una delle industrie più grandi ed è una grande fabbricatrice di falsi bisogni. Non risponde a un bisogno umano reale, quello di vestirsi, piuttosto a quello di “colmare” le nostre insoddisfazioni, il senso di inadeguatezza alimentato dall’industria della moda stessa. Lo shopping diventa una via di fuga.

Così un capo di abbigliamento è solo merce, qualcosa che non ha a che fare con i lunghi processi di produzione e quindi del lavoro umano, oltre alle risorse naturali e materiali necessarie. Tutti aspetti che l’industria della moda occulta. «Non esiste nessuna democrazia della moda, nessuna imparzialità. C’è invece una ruota su cui tutti noi dobbiamo correre e che non smette mai di girare», scrive la Hoskins.

Leggi anche: Buy Now! Documentario sull’inganno del consumismo

Decrescita e moda in una società post-capitalista

Come se ne esce? Viviamo nel culto della crescita costante. E se invece seguissimo l’opposto? Cioè la decrescita? Incentivare la crescita di settori come l’istruzione, le energie pulite, la cultura, la salute, e riformare o ridurre gradualmente gli investimenti in quei settori più impattanti? Tra questi l’autrice non può che inserire l’industria della moda, quella degli armamenti, dei SUV. Una decrescita dove la democrazia è centrale e nella quale i lavoratori hanno voce e potere decisionale.

Già autrice del libro Lavorare con i piedi. Ciò che le tue scarpe stanno facendo al mondo (2021), la Hoskins non odia la moda, anzi. Crede che la moda sia qualcosa di splendido e affascinante, ma terribile allo stesso tempo. Ed è proprio questo suo pensiero che ha reso possibile la scrittura di questo saggio.

Perché leggere Il libro della moda anticapitalista

Alla fine del libro, nel capitolo intitolato Rivoluzionare la moda, Hoskins immagina come sarebbe una società post capitalista e quale ruolo avrebbe la moda. Intanto la moda sarebbe più creativa, più partecipata, democratica, lenta e creata secondo i reali bisogni delle persone. Sarebbe libera da strutture ideologiche che riguardano il genere, la razza e la classe sociale.

L’autrice considera il capitalismo fallito e non farà che provocare crisi, guerre e rovine.

Il consiglio finale è quello di leggere questo libro e anche di rileggerlo. Nel farlo rifletti in quale società vuoi vivere e in essa quale ruolo dovrebbe avere la moda.

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