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Dario Casalini: la foto ritrae una donna che cuce a macchina la lampo di una felpa
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Intervista a Dario Casalini e 10 consigli di Slow Fiber

Prestiamo molta attenzione a quello che mangiamo e poca a quello che indossiamo. Intervista a Dario Casalini e 10 consigli di Slow Fiber per vestire in modo consapevole.

Perché diamo così poca importanza a quello che indossiamo, alla sua origine, qualità e composizione, rispetto alle attenzioni che invece dedichiamo al cibo? Ci hai mai pensato?

Eppure vestirsi, come mangiare, è un bisogno primario. E se oggi siamo sempre più attenti a ciò che mettiamo nel piatto, leggiamo le etichette alimentari e ci informiamo sulla provenienza degli ingredienti, raramente facciamo lo stesso con gli abiti che indossiamo ogni giorno.

È una delle riflessioni al centro del libro Vestire buono, pulito e giusto. Per tornare a una moda sostenibile (Slow Food Editore), scritto da Dario Casalini, presidente di Slow Fiber, la rete italiana di aziende della filiera tessile e dell’arredamento sostenibile, e titolare della storica azienda di maglieria Oscalito.

Copertina del Libro Dario Casalini Vestire buono, pulito e giusto

Ad aprire il volume, la prefazione dell’indimenticabile Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Un legame non casuale: Slow Fiber nasce infatti dall’idea di trasferire al settore tessile i principi stessi di Slow Food: “buono, pulito e giusto”, aggiungendo un altri due elementi essenziali: sano e durevole.

Leggi anche: Contro la fast fashion nasce Slow Fiber: ripensare la moda a partire dai tessuti

Il libro invita a guardare il tessile con occhi diversi: non solo come espressione estetica, ma come qualcosa che riguarda la nostra salute, l’ambiente, il lavoro e il valore di quello che acquistiamo.


Ne ho parlato con l’autore, affrontando alcuni temi centrali del libro, come il significato reale del Made in e il ruolo della curiosità nelle scelte di acquisto, ma anche il futuro Digital Product Passport (DPP), il passaporto digitale previsto dall’Unione europea che dal 2027 fornirà maggiori informazioni sui prodotti tessili e sul ciclo di vita.

A chiusura dell’intervista, anche il vademecum di Slow Fiber con 10 consigli pratici per iniziare a vestire in modo più buono, pulito, giusto e durevole.

Foto di Dario Casalini, presidente di Slow Fiber e autore del libro: vestire buono, pulito e giusto.

Dario Casalini, presidente di Slow Fiber e autore di Vestire buono, pulito e giusto.

Dario Casalini, perché siamo così attenti al cibo e meno a ciò che indossiamo?

Perché continuiamo a considerare il tessile soprattutto come un fatto estetico e non come qualcosa che riguarda la nostra salute e il nostro benessere. Eppure abbiamo un contatto con i tessili praticamente 24 ore al giorno: vestiti, lenzuola, asciugamani, biancheria.

Ci preoccupiamo molto della salute, spendiamo sempre di più in integratori e prodotti per il benessere, ma raramente ci chiediamo cosa mettiamo sulla pelle ogni giorno. Sottovalutiamo il contatto continuo tra pelle e tessuti e la possibilità che alcune sostanze presenti nei materiali vengano assorbite dall’organismo. È una sorta di dissonanza cognitiva: applichiamo molte attenzioni ad altri aspetti della nostra vita, ma non ai tessuti con i quali siamo perennemente a contatto.

Troppa importanza all’estetica, quindi?

L’estetica è importante, ma non è tutto. Oltre all’aspetto estetico esistono la funzione, la performance e la salubrità di un capo. Sono aspetti diversi che dovrebbero essere considerati insieme quando scegliamo cosa acquistare.

Nel libro sottolinea l’importanza di leggere le etichette anche dal punto di vista della sicurezza di un capo. Eppure le informazioni sono ancora poche, a parte la composizione e quel Made in…

È vero, ma l’etichetta resta il primo strumento che abbiamo a disposizione. La composizione del tessuto può già dirci molto e dovrebbe essere coerente con la funzione del capo. Quindi a contatto con la pelle metterei solo fibre naturali e poi andrei a scegliere un Made in che posso controllare, perché se proviene dall’altra parte del mondo quella filiera non possiamo controllarla e può esserci un rischio maggiore.

Più la filiera è vicina, più è facile raccogliere informazioni e capire come viene prodotto un capo. Uno dei grandi problemi del modello attuale è proprio la distanza siderale che si è creata tra produttore e consumatore.

Come spiega anche nel libro, però, il Made in non racconta tutta la storia di un prodotto. Spesso indica soltanto l’ultima fase della lavorazione, mentre gran parte del processo può essere avvenuto altrove.

La normativa sul Made in è stata volutamente inefficace e ineffettiva. Inefficace perché può riguardare anche solo una parte della lavorazione finale, mentre magari eventuali residui chimici sono stati introdotti nelle fasi di filatura o tessitura, non nel confezionamento.

Il problema è doppio: la norma è debole e, in più, mancano controlli adeguati per farla rispettare. Per questo, oltre a leggere le etichette, dovremmo recuperare la curiosità.

Oggi siamo abituati a cercare storie, informazioni e dettagli sul cibo, sui luoghi che visitiamo o sulle esperienze che acquistiamo. Dovremmo fare la stessa cosa con i vestiti.

La curiosità è probabilmente ciò che può salvarci. Informarsi, fare domande, verificare quello che viene raccontato dai brand e premiare chi lavora in modo trasparente.

Nel libro osserva che un tempo esisteva un rapporto diverso con chi vendeva i vestiti: il negoziante.

Penso che un certo modo di produrre si sposi anche con un certo modo di vendere. Per raccontare davvero la storia di un capo servono persone che abbiano il tempo e la voglia di farlo. Voglia e tempo che non ci sono nella grande catena monomarca o nell’e-commerce.

Chi vende non è più chiamato a spiegare la qualità di un tessuto o le caratteristiche di un capo, ma soltanto a ripetere messaggi di marketing.

C’era una relazione più diretta. Il negoziante conosceva il prodotto e sapeva raccontarlo. Oggi si stanno perdendo due cose fondamentali: la competenza e la relazione di fiducia.

Ma non si possono cancellare del tutto. Pensiamo ai grandi outlet: con gli edifici bassi e l’aspetto di piccoli borghi cercano di ricreare un’idea di relazione e comunità. Segno che il bisogno di fiducia e di rapporti umani non è scomparso del tutto.

Il Digital Product Passport, la nuova carta d’identità dei prodotti tessili, potrà davvero aiutare i consumatori a scegliere meglio?

Può essere uno strumento molto utile se viene attuato in maniera seria, altrimenti rischia di rivelarsi peggio del rimedio. Le regole da sole non bastano: servono cultura e controlli efficaci.

Il mondo tessile è estremamente complesso e verificare tutte le informazioni lungo una filiera globale richiede risorse enormi. Il rischio è che il consumatore si trovi davanti a una quantità di dati impossibile da analizzare e finisca per affidarsi a un semplice punteggio o a uno score sintetico.

Ben venga il passaporto digitale, ma non dobbiamo pensare che possa sostituire il senso critico. Dobbiamo continuare a informarci, fare domande e cercare di conoscere le filiere, preferendo realtà e produzioni più vicine e controllabili.

Come sta procedendo il lavoro di Slow Fiber?

Stiamo crescendo. Oggi riuniamo circa quaranta aziende e altre stanno manifestando interesse ad aderire.

L’obiettivo è duplice: sostenere le imprese che producono secondo i principi del buono, pulito, giusto e durevole e, allo stesso tempo, educare il consumatore a riconoscere il valore delle cose.

Negli ultimi anni abbiamo perso la percezione del valore reale degli oggetti e tutto si è ridotto a una questione di prezzo. Preparare un mercato capace di riconoscere e scegliere produzioni più responsabili è fondamentale.

Lavorate anche con i giovani per avvicinarli alla filiera tessile.

Sì, perché quando si parla di moda si pensa subito allo stilista, ma esistono moltissime professioni fondamentali: tessitori, modellisti, tintori, tecnici del controllo qualità.

La fabbrica di oggi non è più quella di un tempo. Può essere un ambiente innovativo, qualificato e stimolante. Per questo investiamo molto in attività formative, academy e collaborazioni con istituti e università.

Una curiosità finale riguarda proprio il libro: la copertina è realizzata con materiale riciclato.

Sì, contiene anche residui di lana e cotone. È lo stesso approccio che adottiamo in Oscalito. Con due tonnellate di scarti di cotone abbiamo ottenuto 5 tonnellate di carta, mentre dagli scarti di lana e seta abbiamo ricavato nuovo filato con il quale abbiamo realizzato delle magliette.

Evviva la circolarità.

Come vestire in modo consapevole? I 10 consigli di Slow Fiber

Sono dieci consigli preziosi per vestire in modo consapevole, come se stessimo scegliendo un prodotto alimentare. Non leggeremmo l’etichetta? Non vorremmo sapere da dove viene, chi lo ha prodotto e cosa contiene? Lo stesso approccio può guidarci anche nelle scelte di abbigliamento.

  1. Controlla sempre la composizione del prodotto: ogni fibra ha caratteristiche specifiche e dovrebbe essere scelta in base alla funzione del capo. Per esempio: cotone, lino, canapa o seta sono adatti all’estate, mentre lana merino, cashmere, alpaca o mohair aiutano a mantenere il calore in inverno.
  2. Verifica la provenienza: la dicitura “Made in” non garantisce che tutte le lavorazioni siano state realizzate nello stesso Paese, ma alcune filiere offrono maggiore tracciabilità e controllo, come quella italiana.
  3. Acquista prodotti di cui sia possibile conoscere la storia produttiva. Se non è chiaro da dove provengono i materiali o dove è stato realizzato il capo, probabilmente la filiera non è trasparente.
  4. Diffida di prezzi troppo bassi: spesso nascondono costi ambientali e sociali elevati, come inquinamento delle acque dovuto a tinture chimiche, accumulo o distruzione di abiti invenduti e sfruttamento della manodopera.
  5. Ricorda che i tessuti sono a contatto diretto con la pelle, il nostro organo più esteso e prima barriera di difesa, che può assorbire anche sostanze chimiche presenti nei materiali.
  6. Cerca una bellezza autentica e concreta, che non nasca a discapito delle persone o dell’ambiente.
  7. Preferisci capi di qualità progettati per durare nel tempo e per essere riutilizzati.
  8. Riduci gli acquisti impulsivi e compra solo ciò che serve davvero, contribuendo a limitare la produzione eccessiva del fast fashion.
  9. Ripara e abbi cura dei tuoi capi per allungarne la vita e continuare a valorizzarli nel tempo.
  10. Diventa un consumatore consapevole: informati sulle aziende che scegli, chiedi trasparenza, pretendi rispetto per le persone e l’ambiente. Ogni domanda che fai è già un atto di cambiamento.

Foto di apertura: Cardinalini & C. Spa, una delle aziende della rete Slow Fiber.

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