La Campagna Abiti Puliti ha lanciato una petizione contro il caporalato targato Made in Italy nella filiera della moda. Di cosa si tratta?
Lo sfruttamento del lavoro nel settore moda italiano, lusso incluso, è una questione reale e preoccupante. La Procura di Milano, negli ultimi due anni, ha sollevato il velo su diverse situazioni di sfruttamento di manodopera irregolare e caporalato emerse a seguito di indagini che hanno coinvolto noti marchi del lusso.
Il Made in Italy è in pericolo non tanto a causa della fast fashion e della concorrenza cinese, quanto piuttosto per via di un sistema poco trasparente, in cui produrre a basso costo per ottenere il massimo profitto rischia di estendersi e diventare la norma. Insomma, con le stesse dinamiche della moda veloce.
Il DDL in discussione e la certificazione della filiera
Nel frattempo, si corre ai ripari. Ci pensa la politica con un disegno di legge attualmente in discussione alla Camera, dedicato alle piccole e medie imprese (PMI) del Made in Italy. Con un emendamento è stato introdotto il Capo VI, che prevede un regime volontario di certificazione unica di conformità delle filiere produttive della moda.
L’obiettivo dichiarato è quello di garantire legalità, tracciabilità e correttezza in materia di lavoro e legislazione sociale lungo tutta la catena produttiva. In teoria, una buona notizia: finalmente una filiera più trasparente, che rispetta i diritti dei lavoratori, contro ogni forma di sfruttamento e caporalato, in cui l’azienda capofila (la committente) è responsabile delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera, anche nei casi di subappalto.
Peccato che, di fatto, non sia così.

Lo “scudo penale” e le criticità dell’articolo 30
L’articolo 30 del DDL introduce infatti una sorta di “scudo penale”. In pratica, l’azienda capofila che aderisce alla filiera moda certificata beneficia di un’esenzione da una serie di responsabilità, tra cui anche quella di poter essere indagata per agevolazione colposa del caporalato.
La certificazione, oltre a essere volontaria, è puramente documentale e non richiede requisiti aggiuntivi rispetto a quanto già previsto dalla legislazione vigente. Non sono previsti obblighi di controllo, misure di prevenzione del caporalato o audit a sorpresa. Nessun vero vincolo, nessuna reale responsabilità.
Tutto resta in capo alle piccole e medie imprese, mentre le grandi aziende committenti possono, di fatto, stare tranquille. Un paradosso, visto che la certificazione volontaria è inserita proprio in un DDL dedicato alle PMI, che finiscono così per essere le più esposte in termini di costi e responsabilità.
Le PMI, infatti, ne escono penalizzate: la norma, così com’è, lascia a loro gli oneri per mettere in sicurezza la filiera e per ottenere e mantenere la certificazione unica. Inoltre, non si interviene sulla causa principale dello sfruttamento e del caporalato: le pratiche commerciali dei grandi brand, basate su contratti al ribasso e su tempistiche incompatibili con un lavoro svolto in modo etico, che spingono verso il subappalto.
A tutto questo si aggiunge un altro elemento critico: la certificazione ha una durata di due anni. E in due anni possono cambiare molte cose. Per questo è necessario prevedere controlli periodici e indipendenti.
Cosa chiede la petizione della Campagna Abiti Puliti
Con la petizione si chiede, in sostanza, di rimuovere il Capo VI e l’articolo 30 del DDL. Se si vuole davvero valorizzare la filiera del Made in Italy, è necessaria una legge ad hoc, capace di rilanciare un tessuto produttivo sano, basato su innovazione, transizione ecologica, pieno rispetto dei diritti nelle fabbriche e lavoro dignitoso.
La petizione è stata preceduta dall’appello “No al caporalato Made in Italy”, firmato da oltre 35 realtà, tra organizzazioni della società civile, sindacati e imprese.
«Abbiamo deciso di lanciare una petizione pubblica dopo aver visto l’adesione immediata, spontanea e plurale all’appello. È arrivato il momento di trasformare la moda italiana in un settore giusto e compatibile con i limiti del pianeta, che promuova sviluppo e benessere per tutti gli attori coinvolti», ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti.
«Con la petizione vogliamo portare un messaggio forte e chiaro al Parlamento e al Governo: se la maggioranza crede veramente nel made in Italy, lo dimostri proteggendone la qualità, non il sistema di sfruttamento».
Aggiornamento del 23/12/25: la petizione ha avuto successo, se vuoi saperne di più leggi: Stop allo scudo penale nella moda: una buona notizia per il Made in Italy
Cosa possiamo fare
Dopo le audizioni in Commissione Attività Produttive della Camera, in cui la Campagna Abiti Puliti e le organizzazioni sindacali hanno presentato le loro osservazioni e richieste di modifiche, è ora il momento del voto sugli emendamenti, inclusa l’abolizione dell’articolo 30 del DDL.
Cosa possiamo fare? Se vuoi essere parte attiva di una moda più equa e sana, leggi la petizione e, se sei d’accordo, firmala.