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PFAS nell'abbigliamento, giacca impermeabile
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Pfas nei tessuti: perché ci sono ma non lo sappiamo

I Pfas sono sostanze chimiche tossiche utilizzate per rendere i tessuti impermeabili e antimacchia. L’uso è regolamentato, però non sempre è rispettato. Cosa puoi fare.

Compreresti un capo di abbigliamento che contiene PFAS, cioè quel grande gruppo di sostanze chimiche e tossiche noto come “inquinanti eterni”? Probabilmente no. Il fatto è che oggi non possiamo sapere se un indumento contiene PFAS: le etichette riportano la composizione del tessuto, ma non indicano le sostanze chimiche utilizzate durante la produzione.

Eppure, quando acquistiamo un prodotto alimentare sappiamo cosa contiene, con tanto di evidenza degli allergeni. Nei cosmetici esiste l’INCI, l’elenco degli ingredienti, dove se presenti i PFAS si riconoscono da diciture come PTFE, Polytef o C9-15 Fluoroalcohol Phosphate.

Abbiamo o no il diritto di sapere quali e quante sostanze chimiche stiamo indossando, almeno per i PFAS?

Serve un’etichetta che lo dica, come chiede Eco Age con la campagna Forever Label. Ma, per ora, l’obbligo per marchi e produttori è quello di rispettare divieti e limiti sull’uso delle sostanze chimiche previsti dal Regolamento europeo Reach, PFAS inclusi.

Le regole valgono sia per gli articoli prodotti all’interno dell’Ue sia per quelli importati. Tuttavia, non è raro che tali limiti vengano superati, come leggerai più avanti.

Indice
Cosa sono i PFAS e dove si trovano
PFAS: impatti sulla salute e costi sociali
Perché i PFAS sono rilevanti nell’abbigliamento
La petizione per l’indicazione dei PFAS in etichetta
Casi di superamento dei PFAS nell’abbigliamento
Regolamento Reach in evoluzione
5 consigli per evitare PFAS in abbigliamento, scarpe e accessori

Cosa sono i PFAS e dove si trovano

I PFAS, sostanze poli e per-fluoroalchiliche, sono un gruppo di oltre 10 mila composti chimici sintetici (PFC inclusi) prodotti dall’uomo.

Da oltre 70 anni vengono prodotti e utilizzati nell’industria perché rendono i materiali resistenti all’acqua, all’olio, alle macchie e alle alte temperature.

Il principale problema dei PFAS è che non si degradano facilmente. Una volta rilasciati nell’ambiente durante la produzione, l’applicazione, l’uso e lo smaltimento dei prodotti tendono ad accumularsi nel terreno, nell’acqua, negli organismi viventi ed anche nel sangue umano. È proprio questa persistenza che li difinisce “inquinanti eterni”, “sostanze chimiche eterne” o “forever chemicals”.

A livello chimico, questa caratteristica dipende dal legame carbonio-fluoro, estremamente persistente.

L’impiego dei PFAS riguarda moltissimi settori. Si possono trovare in:

  • vernici e lubrificanti
  • imballaggi per alimenti e bevande
  • schiume antincendio
  • pentole rivestite
  • filo interdentale e carta da forno
  • tessuti per la casa antimacchia, come tovaglie
  • abbigliamento, calzature, accessori e attrezzatura sportiva
  • automotive
  • cosmetici

PFAS: impatti sulla salute umana e costi sociali

Come ricorda la sezione italiana di ISDE, Associazione Medici per l’Ambiente, negli ultimi anni numerosi studi scientifici hanno evidenziato come l’esposizione a queste sostanze possa causare gravi rischi per la saute. In particolare: problemi di sviluppo nei bambini, disfunzioni endocrine, malattie del fegato, disturbi del sistema immunitario ed effetti cancerogeni. Nell’immagine sotto, l’Agenzia Europea per l’Ambiente, riassume le conoscenze degli effetti sulla salute dei PFAS.

Immagine con  effetti salute pfas nell'uomo e nella donna

Gli effetti dei PFAS sulla salute (fonte: Agenzia Europea per l’Ambiente, “Rischi chimici emergenti in Europa: le sostanze PFAS”).

L’inquinamento da PFAS è oggi diffuso ovunque: nell’acqua, nel terreno, nell’aria, negli alimenti e perfino nella polvere domestica.

Lo studio “Il costo dell’inquinamento da PFAS per la nostra società”, commissionato dalla Direzione generale Ambiente della Commissione europea, ha stimato i costi sanitari e ambientali legati alla bonifica nello spazio economico Ue dal 2024 al 2050.

L’analisi si è concentrata su quattro PFAS particolarmente studiati: PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA.

Secondo lo studio, solo nel 2024 i costi sanitari legati a queste sostanze ammonterebbero a circa 39,5 miliardi di euro.

Guardando al 2050, l’impatto economico e sociale dei quattro PFAS potrebbe raggiungere 1,7 trilioni di euro. Si tratta di stime molto prudenti.


Vuoi saperne di più? Guarda il sesto episodio di Junk – Armadi Pieni con il caso dell’inquinamento da PFAS in Veneto.

Perché i PFAS sono rilevanti nell’abbigliamento

Nel settore tessile e moda, i PFAS vengono utilizzati per rendere i tessuti impermeabili all’acqua, alle macchie e alle pieghe.

Sono impiegati soprattutto nell’abbigliamento tecnico sportivo, negli articoli in pelle e cuoio, ma si possono trovare anche negli indumenti di uso quotidiano.

Inoltre, possono essere impiegati in alcune fasi di tintura e finissaggio dei tessuti.

In questi casi si parla di utilizzo intenzionale: le sostanze vengono inserite per ottenere precise caratteristiche del prodotto.

La presenza degli “inquinanti eterni”, però, può essere anche non intenzionale.

Infatti, può trattarsi di contaminazioni che avvengono, ad esempio, se l’acqua utilizzata durante la produzione contiene PFAS oppure se nella lubrificazione dei macchinari vengono impiegati prodotti che li contengono.

In pratica, quello che indossiamo può contenere PFAS anche senza un impiego volontario.

La petizione per l’indicazione dei PFAS in etichetta dei prodotti tessili

I PFAS rappresentano un problema globale enorme sia per la salute umana sia per gli ecosistemi.

Visto che eliminarli completamente richiederà tempo, un primo passo importante sarebbe sapere se un prodotto li contiene.

Attualmente, però, non esiste una legge europea che obblighi i marchi a indicare la presenza di PFAS nelle etichette. Quando scelgono di non impiegarli, utilizzano diciture come “PFAS free” o “PFC-free”.

Per questo Eco Aage ha lanciato la campagna Forever Label per introdurre l’obbligo nell’Ue di indicare su una etichetta fisica e sui siti web dei marchi, la presenza di PFAS nei tessuti, capi di abbigliamento, calzature e accessori.

Puoi firmare anche tu la petizione.

PFAS nell'abbigliamento. Petizione di EcoAge con immagine di una etichetta.

PFAS nell’abbigliamento: la campagna Forever Label ha debuttato alla Commissione europea durante Together in Action 2026, coinvolgendo eurodeputati, leader del settore e ambasciatori del Patto europeo sul clima. (Foto Eco Age).

Marchi europei: casi di superamento dei limiti PFAS nei vestiti

Come anticipato, esistono dei livelli limite oltre i quali l’impiego dei PFAS è vietato secondo il Regolamento europeo Reach.

I casi di superamento, però, non mancano favoriti anche dalla delocalizzazione delle produzioni.

Di seguito alcuni casi di sforamento dei limiti PFAS su capi di abbigliamento di tre marchi europei rilevati tra dicembre 2025 e i primi mesi del 2026, resi noti dai sistemi di allerta nazionali, dal sistema europeo Safety Gate e dagli stessi marchi.

PFAS nell'abbigliamento allerta europeo
Screenshot del portale di allerta Ue, Safety Gate, sulla presenza di PFAS nei vestiti oltre i limiti del Regolamento Reach.

In queste situazioni è previsto il ritiro immediato dal mercato, la restituzione del prodotto da parte dei consumatori e il rimborso.

I capi ritirati vengono distrutti.

Per ogni marchio ho citato gli articoli richiamati che puoi visualizzare cliccando sul link in pdf.

Kiabi ritira una serie di articoli

Il caso che ha avuto maggiore risonanza riguarda Kiabi, marchio francese di moda low cost, che ha ritirato otto articoli risultati fuori norma per superamento dei limiti PFAS.

Si tratta di un caso significativo anche per la presenza capillare del brand che, oltre alle vendite online, è presente con oltre 500 negozi in 20 Paesi, inclusa l’Italia.

La scoperta è avvenuta attraverso controlli interni dell’azienda, che ha provveduto a ritirare i prodotti.

L’allerta è stata diffusa sia tramite il sistema francese RappelConso sia attraverso Safety Gate, il sistema di allerta europeo.

Tra gli articoli coinvolti figurano: una giacca a vento con cappuccio da bambino , cinque giacche a vento da adulto, una tutina imbottita da neonato, alla lista si aggiunge un’altra giacca a vento da bambino metallizzata con riflessi dorati.

Per completezza, a marzo 2026 si sono aggiunte anche alcune borse con formaldeide e altre con ftalati oltre i limiti autorizzati.

Sul sito dell’azienda è possibile consultare l’elenco completo dei prodotti richiamati.

Okaidi ritira una giacca da bambino

Sempre restando tra i marchi europei, il 19 dicembre 2025 Okaidi ha richiamato un modello di giacca da bambino disponibile in quattro colori.

Anche in questo caso il motivo è stato il superamento dei limiti PFAS previsti dal Regolamento Reach.

Karrimor: allerta su due giacche sportive impermeabili da donna

E ancora: superamento dei limiti consentiti dei PFAS anche per due giacche antipioggia da donna del marchio inglese Karrimor, specializzato in abbigliamento tecnico sportivo.

Si tratta di una giacca nera e di una giacca blu.

Entrambe sono state vendute online in Belgio tramite SportsDirect.

Leggi anche: Shein, nuova indagine di Greenpeace: ancora sostanze tossiche oltre i limiti

Regolamento Reach in evoluzione

Le norme europee sui PFAS sono in evoluzione. Dal 10 ottobre 2026 entreranno in vigore limiti più severi per l’acido undecafluoroesanoico (PFHxA), i suoi sali e le sostanze correlate.

I nuovi livelli riguardano tessuti, cuoio e pellicce utilizzati nell’abbigliamento e negli accessori destinati al pubblico generale.

Nel frattempo, l’ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche) sta valutando la proposta avanzata nel 2023 da Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Norvegia e Svezia per limitare drasticamente l’uso dei PFAS nell’Ue.

Entro la fine del 2026 è atteso un parere definitivo, che sarà poi presentato alla Commissione europea e votato nell’ambito del comitato Reach, composto dagli Stati membri.

5 consigli per evitare i PFAS nell’abbigliamento, scarpe e accessori

Che i PFAS siano ampiamente utilizzati nell’industria tessile è noto da tempo.

Già nel 2015 Greenpeace lanciò la campagna Detox Outdoor per spingere il settore a eliminare gradualmente queste sostanze.

Da allora alcuni marchi hanno scelto di abbandonarle, altri stanno riducendone l’utilizzo, mentre altri ancora non si sono posti questo obiettivo.

Un’indagine di Ethical Consumer ha rilevato che, su 27 aziende di abbigliamento e attrezzatura sportiva analizzate, l’82% utilizza ancora PFAS/PFC.

Ecco 5 cose che puoi fare tu

1) La prima cosa da fare è acquistare capi impermeabili, antimacchia o antipiega solo se realmente necessario.

2) Se non puoi farne a meno, informati se sono stati utilizzati PFAS o PFC, sia nella membrana impermeabile interna sia nei trattamenti superficiali DWR (Durable Water Repellent).

3) Molti marchi che non utilizzano queste sostanze lo dichiarano esplicitamente attraverso diciture come “PFAS free” o “PFC-free”.

4) Un’alternativa può essere acquistare usato: anche se i PFAS potrebbero essere presenti, almeno non contribuisci alle nuove produzioni e ai conseguenti rilasci.

5) In caso di utiizzi sporadici, puoi noleggiare abbigliamento tecnico sportivo e attrezzatura.

In conclusione, finché non avremo una etichetta trasparente che includa le sostanze chimiche utilizzate, PFAS su tutte, informiamoci e siamo vigili.

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