Il contributo dell’industria della moda alla crisi climatica non si esaurisce nelle stime sulle tonnellate di CO₂ emesse. La realtà si nasconde dietro ai numeri taciuti: quanti capi di abbigliamento vengono effettivamente prodotti, quali fonti energetiche vengono utilizzate e in quali fabbriche si concentrano i cicli di lavorazione? Su questo i grandi marchi restano in silenzio.
La sovrapproduzione nella moda, unita all’uso di combustibili fossili, sta generando enormi profitti per pochi, con un modello di business che produce senza limiti, sacrificando ambiente e lavoratori.
Il modello è quello di una crescita infinita in un Pianeta finito. È qui che la crisi climatica si intreccia con la sovrapproduzione.
Questa è la fotografia che emerge dalla seconda edizione di What Fuels Fashion? (Cosa alimenta la moda?), il report di Fashion Revolution che ha analizzato 200 marchi globali, di cui 136 quotati in borsa, per un valore complessivo di 2,7 trilioni di dollari. Colossi miliardari che sono tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra dell’industria della moda.

L’analisi si è focalizzata su 78 indicatori divisi in 5 aree: responsabilità, decarbonizzazione, approvvigionamento energetico, finanziamento della transizione e giusta transizione. Il punteggio medio ottenuto è stato appena del 14%.
Leggi anche: Le 12 aree di impatto sociale e ambientale della moda
La sovrapproduzione, cuore del problema
Il nodo centrale delle emissioni di CO₂ della moda è la sovrapproduzione. Eppure, su questo punto cruciale, i marchi restano muti. Solo il 9% dei brand analizzati rivela i propri volumi annuali di produzione.
I pochi dati disponibili parlano chiaro: i soli 17 marchi che hanno reso pubblici i numeri producono in totale 4,3 miliardi di capi l’anno. In pratica, più di un capo ogni due persone sul pianeta. E se questo è il quadro con appena una manciata di brand trasparenti, la portata reale della sovrapproduzione è probabilmente molto più alta e drammatica.

Come si può rendicontare l’impatto climatico del settore se non sappiamo nemmeno quanti vestiti vengono messi sul mercato?
E i marchi hanno intenzione di produrre meno per ridurre il loro impatto? No, tranne un caso su duecento. L’unico è Paris, brand cileno di Cencosud, che ha avviato un processo di decrescita puntando su capi di maggior qualità e durata, promuovendo il second hand e reimmettendo nel ciclo produttivo materiali già esistenti.
I rischi per i lavoratori nei punti caldi della filiera
Le pressioni della sovrapproduzione si scaricano sugli impianti di lavorazione di Livello 2 – cioè tintorie, lavanderie e stabilimenti di finissaggio, dove vengono realizzati i tessuti dei nostri vestiti. Si tratta di veri e propri “punti caldi” delle emissioni. Qui la produzione richiede enormi quantità di calore, generato bruciando carbone o gas.
Il risultato? Aria tossica dentro e fuori le fabbriche, comunità esposte all’inquinamento e lavoratori costretti a operare in condizioni di calore estremo, con rischi gravi per la salute.
È la prova che la sovrapproduzione e i combustibili fossili non minacciano solo il clima, ma anche i diritti fondamentali di chi realizza i nostri vestiti.

Nelle catene di produzione tessile, milioni di lavoratori affrontano mesi di caldo insopportabile ogni anno.
Trasparenza zero, responsabilità zero
La stessa opacità che riguarda i volumi di produzione si riscontra anche sulla tracciabilità delle filiere. Il 59% dei marchi quotati in borsa registra punteggio zero in questo ambito: se non sappiamo in quali fabbriche producono, come possiamo verificare se stanno davvero riducendo le emissioni o proteggendo i lavoratori?
Energia pulita: l’occasione mancata
Il report mostra che i marchi non stanno cogliendo l’opportunità più urgente: il calore pulito.
- Solo il 10% comunica obiettivi di energia rinnovabile nella supply chain.
- Solo il 6% dichiara obiettivi più ampi in materia di rinnovabili o iniziative di elettrificazione.
- Appena il 18% dichiara piani di eliminazione del carbone.
Eppure le soluzioni tecniche esistono già – pompe di calore, caldaie elettriche – ma senza trasparenza, tracciabilità, finanziamenti adeguati e volontà politica da parte dei grandi marchi, la transizione energetica della moda resta un miraggio.
Leggi anche: L’industria della moda è fossile e va a tutto gas serra
Soldi e responsabilità: il gioco dello scaricabarile
I marchi parlano di decarbonizzazione, ma raramente spiegano come intendono raggiungerla. Soprattutto non chiariscono in che misura sostengono i fornitori, costretti ad affrontare investimenti milionari per sostituire caldaie a carbone o adottare pompe di calore.
Il report rivela che solo il 6% dei brand contribuisce agli investimenti iniziali e appena il 2% sostiene i costi correnti delle nuove tecnologie (come sostegno alle bollette elettriche o manutenzione degli impianti).
In pratica, i marchi continuano a incassare profitti miliardari, mentre i fornitori, con margini di profitto ridottissimi, devono farsi carico della transizione energetica. Un meccanismo che condanna la decarbonizzazione nelle catene di fornitura.
Politiche deboli e advocacy assente
Anche sul fronte politico la moda resta al palo. Solo il 7% dei marchi sostiene l’espansione delle energie rinnovabili nei paesi produttori.
Invece di usare la loro influenza per promuovere un cambiamento strutturale, i grandi brand preferiscono mantenere lo status quo, lasciando che siano fornitori e comunità locali a pagare il prezzo della crisi climatica.

What Fuels Fashion?).
Rischi climatici ignorati, lavoratori in prima linea
La crisi climatica sta già colpendo le catene di approvvigionamento con inondazioni, siccità e ondate di calore. Eppure solo il 57% dei marchi fornisce dettagli su questi rischi.
Ancora più grave è lo zero assoluto: nessun marchio divulga dati di fabbrica sulla temperatura e sull’umidità, nonostante lo stress da calore sia un problema di diritti umani che riguarda milioni di lavoratori.
Senza monitoraggio e trasparenza, chi lavora nelle tintorie e nei finissaggi continuerà a subire i peggiori effetti del cambiamento climatico, in condizioni di sicurezza sempre più precarie.
Il paradosso dei bonus
Mentre i lavoratori delle fabbriche sopportano il peso della crisi, i dirigenti vedono crescere i loro stipendi. Solo il 15% dei marchi collega i bonus dei CEO a reali riduzioni delle emissioni, e solo il 20% dichiara incentivi ai fornitori. La maggior parte continua a premiare il profitto, non la responsabilità climatica.
Una trasformazione che parte dalla trasparenza
Il filo rosso che attraversa tutti i dati del report è l’opacità:
- non sappiamo quanto producono i marchi, quindi non possiamo misurare l’impatto reale delle emissioni;
- non sappiamo dove producono, dalla fibra al prodotto finito, quindi non possiamo verificare se rispettano davvero i loro impegni;
- non sappiamo come sostengono i fornitori, quindi la transizione energetica resta sulla carta.
Finché la sovrapproduzione non verrà affrontata, e finché mancheranno tracciabilità, trasparenza e responsabilità, la moda continuerà a sacrificare ambiente e salute dei lavoratori per un modello di crescita basato ancora sull’usa e getta.
Non solo vestiti, ma anche il Pianeta.