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Stop allo scudo penale nella moda: una buona notizia per il Made in Italy

Lo scudo penale per i grandi marchi della moda è stato cancellato dal DDL sulle PMI. Intanto, in Italia cresce la richiesta di una moda più giusta e trasparente.

Una buona notizia di fine anno: lo scudo penale pensato per salvare le aziende di moda italiane dai casi di caporalato è stato cancellato.
Il 18 dicembre la Commissione Attività Produttive della Camera ha votato la soppressione del Capo VI del Disegno di legge dedicato alle Piccole e Medie Imprese del Made in Italy. La norma al capo VI conteneva la nuova certificazione della filiera della moda e, all’articolo 30, introduceva uno scudo penale in favore dei grandi marchi committenti.

Una buona notizia, finalmente, che arriva al termine di un anno difficile per il Made in Italy, funestato dagli scandali di sfruttamento del lavoro e caporalato che hanno coinvolto una sfilza di brand del lusso.

Mentre la giustizia fa il suo corso nell’individuazione delle responsabilità, il ritiro del capo VI rappresenta un segnale importante a favore di una filiera sana – che pur esiste – e di chi crede ancora che una moda socialmente etica e attenta agli impatti ambientali sia possibile.

Il ruolo della Campagna Abiti Puliti

La decisione è stata accolta con soddisfazione dalla Campagna Abiti Puliti, che il 25 novembre scorso aveva lanciato una petizione raccogliendo in pochi giorni oltre 3.500 firme.

Leggi anche: La petizione della Campagna Abiti Puliti contro il caporalato Made in Italy

Non solo: la petizione era stata preceduta da un appello per la soppressione dello scudo penale, al quale hanno aderito oltre 40 organizzazioni della società civile, sindacati e imprese.

La cancellazione dello scudo penale è un primo passo necessario per tutelare lavoro e legalità nel settore moda nel nostro Paese, soprattutto a protezione delle piccole e medie imprese che operano correttamente e che non possono essere lasciate sole a sostenere costi e responsabilità.

Una vittoria per la transizione giusta nella moda

In questa operazione di forte pressione politica e sociale, la Campagna Abiti Puliti ha svolto un ruolo centrale di connettore, capace di unire le forze della società civile, dei cittadini e dei sindacati.

«La nostra priorità era riportare al centro del dibattito un problema concreto e documentato: lo sfruttamento nella filiera moda non può essere normalizzato, né protetto da uno scudo penale», afferma Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale e portavoce della Campagna Abiti Puliti.
«La vera partita inizia adesso. Il settore tessile ha urgente bisogno di una riforma strutturale, per la quale è essenziale il contributo qualificato dei diversi attori della società civile e del mondo del lavoro».

La Campagna Abiti Puliti ribadisce la necessità di una riforma del settore moda che vada nella direzione della transizione giusta e il proprio impegno a monitorare le prossime attività legislative, affinché nessuna norma possa legittimare pratiche di sfruttamento o lasciare indietro i soggetti in condizione di maggiore vulnerabilità.

La transizione giusta nella moda: cosa dicono i sondaggi in Italia

La moda deve cambiare e andare verso una transizione giusta. Dalla tutela dell’ambiente ai diritti delle persone che lavorano nelle filiere globali, serve una trasformazione dell’industria tessile che metta al centro le persone e il Pianeta. Su questi argomenti, secondo i sondaggi, chi vive in Italia ha le idee chiare.

Responsabilità e trasparenza

Da un’indagine SWG (settembre 2025) realizzata per WeWorld, Mani Tese e la Campagna Impresa2030, la maggioranza della popolazione italiana chiede alle aziende di assumersi maggiori responsabilità:

  • per l’85% degli intervistati le grandi imprese – europee e non – devono essere obbligate per legge a prevenire danni a persone, ambiente e clima, anche se ciò comporta costi aggiuntivi;
  • per l’84%, le aziende devono vigilare su tutta la catena del valore, assumendosi la responsabilità anche per violazioni commesse da filiali, partner o subfornitori;
  • il 79% è favorevole a piani obbligatori di riduzione delle emissioni di CO₂.

Una domanda di giustizia e trasparenza, sottolinea la Campagna Abiti Puliti, che non può più essere ignorata.

Cos’è la transizione giusta nella moda

Il concetto di transizione giusta nella moda indica un cambiamento sistemico verso un modello produttivo a basse emissioni, compatibile con i limiti del Pianeta e senza scaricare i costi su lavoratrici, lavoratori e comunità.

Leggi anche: Le 12 aree di impatto sociale e ambientale della moda

Per la Clean Clothes Campaign, giustizia significa diritti concreti: salario dignitoso, libertà di associazione, protezione sociale, salute e sicurezza, assenza di molestie e discriminazioni.

Una transizione giusta implica inoltre che le aziende siano responsabili dei danni causati lungo la filiera e che le comunità siano tutelate durante il percorso di trasformazione ecologica.

Consapevolezza in crescita: l’Italia tra i Paesi più attenti

Secondo un altro sondaggio realizzato da iVox nel dicembre 2024 in sei Paesi europei – Austria, Belgio, Croazia, Finlandia, Italia e Paesi Bassi – su un campione di seimila persone, l’Italia si colloca ai vertici della consapevolezza sul ruolo della moda.

Il 71% delle persone sa che la moda è tra i settori più inquinanti, mentre il 54% è consapevole delle condizioni di lavoro precarie presenti nelle filiere globali.

Resta però un gap informativo: il 66,3% degli italiani non conosce il concetto di transizione giusta e solo l’11,9% afferma di comprenderlo, un dato comunque superiore alla media europea, ferma all’8%.

Cambiare la moda non è solo compito dei consumatori

I dati mostrano anche che la responsabilità non è percepita solo come individuale:

  • il 68% crede che i problemi ambientali e sociali della moda si risolveranno se le persone faranno acquisti più consapevoli;
  • ma l’83% ritiene che le leggi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente siano insufficienti o non applicate.

Qual è il messaggio? I consumatori, da soli, non possono trasformare un sistema basato su iperproduzione, sfruttamento e spreco.

Tra intenzioni e comportamenti reali

Nonostante una volontà diffusa di cambiamento, la distanza tra intenzioni e pratiche quotidiane resta significativa:

  • il 34% acquista abiti usati almeno occasionalmente;
  • il 31% sceglie marchi percepiti come sostenibili;
  • il 47% ammette di buttare vestiti danneggiati senza ripararli;
  • il 44% li smaltisce nell’indifferenziata, nonostante sia vietato.

Abitudini spesso condizionate dalla scarsa qualità dei capi fast fashion e dalla loro facilità di sostituzione.

Questi risultati confermano che, accanto a scelte di acquisto più consapevoli, sono necessarie normative che impongano ai marchi di produrre meno e meglio, nel rispetto della dignità di lavoratrici e lavoratori e della tutela dell’ambiente, che è anche il nostro.

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