Come può una t-shirt 100% cotone venduta dalle grandi catene di fast fashion costare persino meno di 10 euro? Semplice, basta produrla dove il lavoro vale molto poco, come in Bangladesh, il principale esportatore di t-shirt verso l’Unione europea.
Così la t-shirt in cotone, questo capo classico e presente in tutti i guardaroba, è diventata uno dei simboli dello sfruttamento del lavoro nell’industria globale della moda.
Basta guardare oltre al cartellino del prezzo, dare un’occhiata all’etichetta e scoprire che il vero costo della t-shirt lo paga qualcun altro: spesso e volentieri, sono coloro che lavorano nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh.
Il rapporto “Squeezed Dry“, realizzato da Public Eye e dalla Clean Clothes Campaign, spiega qual è la politica dei prezzi sui fornitori condotta dai grandi marchi di moda. Secondo lo studio, basato su dati commerciali che coprono più di due decenni, i prezzi di acquisto irrisori sono al centro del modello di business dell’industria dell’abbigliamento.
La strategia principale è quella di spostare costantemente la produzione verso paesi che offrono costi più bassi.
Nel 2025 il prezzo medio di importazione di una t-shirt di cotone nell’Ue era di appena 2,36 euro. Per quelle provenienti dal Bangladesh il prezzo scendeva addirittura a 1,83 euro.
Nello stesso anno l’Ue ha importato circa 2,9 miliardi di t-shirt in cotone, pari a 6,5 capi per abitante: il 61% proviene dal Bangladesh.

Prezzi bassi non adeguati all’inflazione
Sulla base di dati commerciali e interviste con fornitori e responsabili commerciali, il rapporto rivela che i marchi avviano le trattative con prezzi obiettivo fissi. Sanno che se una fabbrica rifiuta le loro condizioni, ne troveranno un’altra disposta ad accettarle, data l’elevata competitività del mercato.
Ciò costringe le fabbriche ad accettare ordini che non coprono i costi di una produzione responsabile. Poiché materiali ed energia sono difficili da comprimere, i tagli ricadono spesso su sicurezza, salari e orari di lavoro.
Un’analisi dei sei maggiori acquirenti di t-shirt di cotone dal Bangladesh negli ultimi cinque anni, tra cui Inditex (Zara), Primark e H&M, mostra che nessuno ha aumentato i prezzi di approvvigionamento in linea con l’inflazione globale. Anche tra i marchi che pagano di più, il prezzo di acquisto raramente supera i 3 dollari per t-shirt.
Mentre molte aziende moltiplicano gli impegni pubblici su sostenibilità e diritti dei lavoratori, continuano a esercitare una forte pressione sui fornitori affinché mantengano prezzi molto bassi. Tenendo conto dell’inflazione, oggi i marchi acquistano una t-shirt a circa la metà rispetto a 25 anni fa.
Secondo gli autori, i bassi prezzi di approvvigionamento impediscono il pagamento di salari dignitosi. Per questo il rapporto propone una revisione del sistema di determinazione dei prezzi nel settore dell’abbigliamento, passando da una logica orientata al taglio dei costi a una basata sulla copertura dei costi reali, compresi salari e condizioni di lavoro dignitose.
Kalpona Akter, presidente della Federazione dei lavoratori dell’industria tessile e dell’abbigliamento del Bangladesh, afferma: «I marchi di moda che si vantano di politiche a favore dei diritti umani contribuiscono attivamente al perpetuarsi di salari da fame con le loro politiche di prezzi al ribasso. Sono necessari prezzi più alti per garantire salari dignitosi, luoghi di lavoro sicuri e una produzione sostenibile».

E cosa rispondono i marchi?
Interpellati dagli autori del rapporto, i marchi hanno contestato i dati presentati, definendoli incompleti o non rappresentativi, senza però rendere pubblici i propri dati sui prezzi di approvvigionamento.
Le aziende hanno inoltre ribadito il proprio impegno verso acquisti responsabili e salari equi. Primark ha dichiarato di collaborare con i fornitori per adeguare i prezzi agli aumenti del salario minimo in Bangladesh. H&M sostiene di includere i costi del lavoro nelle negoziazioni, mentre altri gruppi hanno richiamato il ruolo delle partnership di lungo periodo con i fornitori e il proprio impegno nel miglioramento degli standard sociali e lavorativi.
Leggi le risposte che hanno dato i principali marchi.
Resta il fatto che nei paesi produttori il salario minimo resta ampiamente inferiore a quello dignitoso. In Bangladesh, anche nelle fabbriche più virtuose e certificate Leed, la differenza supera il 70%.
In Bangladesh, il salario minimo legale è di 87,50 euro al mese. Un salario dignitoso, sufficiente a coprire affitto, cibo, trasporti, istruzione e cure mediche, è invece stimato in circa 377 euro.
Dietro una t-shirt venduta a pochi euro c’è quindi un costo che non compare sul cartellino: quello sostenuto da chi la cuce.
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